Sarà spazzatura, ma qualcosa dovrà pur spiegare il sindaco di Verona di fronte agli elementi che stanno emergendo dai nuovi documenti – le informative dei carabinieri – dell’inchiesta sulle attività della ‘ndrangheta tra Emilia, Veneto e Lombardia.

Diciamo subito che,  stando alle indagini dei carabinieri, gli incontri tra il sindaco di Verona Flavio Tosi, il suo (ora ex) vicesindaco Vito Giacino e Antonio Gualtieri – l’uomo di fiducia di Nicolino Grande Aracri, boss di Cutro – sarebbero stati, almeno due, entrambe combinati dall’industriale veronese Moreno Nicolis, ora agli arresti domiciliari.

Ma andiamo con ordine.

Antonio Gualtieri ottiene la fiducia di Nicolino Grande Aracri dopo la caduta in disgrazia – per un uso disinvolto dei soldi – di Antonio Villirillo, fino ad allora plenipotenziario al nord del clan ‘ndranghetista. Il mandato di Gualtieri sembra se lo descriva da sé in una telefonata con Grande Aracri quando afferma: «…voi vi dovete cercare di questa gente…. vicino…. alla luce!!!… poi sotto sotto… naturalmente… fate quello che…. voi sapete fare….. naturalmente! cioè.. però noi siamo lo specchio, la luce delle vostre entrate… mi spiego?…. su questo ci dovete considerare voi!!! avete capito?…». Da queste parole sembra di capire che Gualtieri dovesse fungere da lasciapassare nel mondo imprenditoriale e politico, nel mondo legale.

E su questo piano si dà immediatamente da fare: l’operazione immobiliare riguardante il cosiddetto «fallimento Rizzi» – di cui è parte l’«area Tiberghien» – è l’affare più importante gestito, senza successo, da Gualtieri. E riguarda Verona. L’affare glielo prospetta l’industriale veronese Nicolis che vede nell’acquisto delle ex aree industriali (amministrati da un curatore nominato dal tribunale di Verona) e la successiva vendita degli immobili – si parla di compratori “russi” non meglio identificati – una grossa occasione di guadagno. Nicolis è d’altronde già in affari con la cosca calabrese vista la fornitura di acciaio per la costruzione di un parco eolico in Calabria.

All’affare si interessa un’altro gruppo ndranghetista gravitante su Verona, la famiglia Galasso – La Rosa, riconducibile, secondo i carabinieri, al clan Facchineri. Il cointeressamento di due gruppi ndranghetisti a Verona nel medesimo affare potrebbe rappresentare un indice della densità della criminalità organizzata nella città scaligera e, forse, un elemento di riflessione per la locale procura.

Il 3 dicembre del 2011 presso gli uffici della ditta T.M. Logistica SRL con sede in Sona (Vr) via dell’Industria nr.18, di proprietà di Rocca Larosa si terrà un summit che “alla luce delle successive risultanze investigative, ha sicuramente permesso di raggiungere un preliminare accordo tra i rappresentanti delle due famiglie mafiose nella gestione dell’acquisizione dei beni immobili del fallimento della Rizzi Costruzioni di Verona”.

Malgrado l’accordo le due formazioni sceglieranno strategie diverse: il problema principale è trovare un finanziatore e la famiglia Galasso, tramite un avvocato veronese appositamente incaricato, prova la strada di alcuni possibili acquirenti svizzeri mentre Gualtieri, tramite Nicolis, avrebbe individuato un altro finanziatore.

L’obiettivo è quello di acquisire i terreni nella fase di pre-asta attraverso un concordato con il curatore fallimentare previo deposito di una garanzia fidejussoria, e saldare le pendenze con la vendita dei vari beni nei confronti di terzi, andando gradualmente a saldare le posizioni fino alla loro completa estinzione. Il valore della proprietà è di 64 milioni di euro mentre, secondo Roberta Tattini, collaboratrice emiliana di Gualtieri, «il curatore […] è disposto a vendere prima dell’apertura dell’asta, facendo un concordato per 27 milioni di euro».

L’affare è complesso: per supportarla nella conduzione dell’affare Roberta Tattini chiama altri professionisti, tra cui un commercialista bolognese che, intercettato dagli inquirenti, afferma che per un certo tipo di «affari ci vuole la “pila” da una parte (il denaro, n.d.r.) e la “potenza” dall’altra». «Quest’ultima affermazione – commentano gli inquirenti – [….] apre un velo sul reale apporto della ‘ndrangheta in una comune, seppur vasta, operazione di acquisizione immobiliare. Il valore aggiunto ‘ndrangheta rappresenta quindi l’elemento nuovo nella conduzione degli affari; quell’elemento che cancella gli intoppi burocratici, che elimina le diatribe tra i soci con l’intimidazione interna ed esterna, che corrompe, che velocizza nel complesso l’intera operazione».

Le informative dei carabinieri descrivono il procedere delle complesse trattative che, ad un certo punto, vedrebbero «un possibile interessamento di alcuni personaggi politici del comune di Verona ed in particolare del Sindaco Flavio Tosi e del vicesindaco Vito Giacino, che riveste in quel momento storico anche l’incarico di Assessore all’Urbanistica».

«Emerge infatti, che detti personaggi politici intrattengono rapporti con Moreno Nicolis – scrivono gli investigatori – e che lo stesso ha già fatto presente ai politici, il loro interessamento all’acquisizione dell’area Tiberghien di Verona. Nicolis precisa che è bene intrattenere rapporti con gli stessi in quanto conoscono eventuali orientamenti sull’edificabilità di alcune aree cittadine. Tali conoscenze politiche involgono in Gualtieri Antonio un forte interessamento nella vicenda, soprattutto nella visione di prospettive future».

«E’ lo stesso Gualtieri Antonio – sottolineano gli investigatori dell’Arma -, nel corso di alcune conversazioni ambientali con Salvatore Minervino (contabile del clan emiliano ndr), a vantarsi di avere personalmente conosciuto sia il sindaco che il vice sindaco di Verona». E siamo nel febbraio del 2012.

Ma non sarebbe l’unica occasione d’incontro con i vertici dell’amministrazione veronese: successivamente, nel marzo del 2012, durante una telefonata alla madre Roberta Tattini racconta che «dopo questa riunione, dice Roberta, tutti loro sono andati a pranzo con Moreno dove era presente anche il Sindaco di Verona, Tosi Flavio e altra gente».

L’emiliana Tattini racconta alla madre anche dei suoi soci calabresi di Verona, «gente semplice ma che pesa anche se non sa parlare l’italiano, ma che è gente a cui bisogna portare rispetto e che parlano una lingua che fa più male dell’italiano e che non scherzano per nulla».

Un altro episodio che confermerebbe – secondo le risultanze delle indagini – i contatti con la politica veronese riguarda la conversazione di Gualtieri con Roberta Tattini in cui le fa presente di «essere stato da Moreno Nicolis il quale ha riferito di essere ancora interessato all’affare del Fallimento e che anche il Vicesindaco di Verona (Vito Giacino) sta seguendo questa situazione. Gualtieri precisa che Moreno Nicolis ha rappresentato al politico di avere interessi per prendere l’area TIBERGHIEN e che quest’ultimo si è detto disposto a dargli una mano in tal senso».

I contatti (veri o millantati) con la politica vengono fatti pesare dal Gualtieri nel confronto con i Galasso, leggiamo infatti nell’informativa dei carabinieri che lo stesso «consiglia a Roberta di dire a quelli di Verona (GALASSO-LAROSA, n.d.r.) che dietro questo affare c’è la politica e che non devono scordarsi di questo». Annotano i militari dell’arma che «come riscontrato dal traffico telefonico è Moreno Nicolis colui che tratta con i politici locali tra cui il Vicesindaco di Verona (Vito Giacino) e il sindaco (Flavio Tosi), interessati dall’uomo alla vicenda; si ricorderà che nell’area EX TIBERGHIEN di Verona vi sono comunque dei forti interessi da parte del comune».

Se in ad un certo punto l’affare sembra in dirittura d’arrivo e riceve l’imprimatur di Nicolino Grandi Aracri, successivamente emergono una serie di problemi tra i quali la presenza nell’area di amianto e l’inquinamento della falda. Inoltre esplodono dissidi e rivalità tra le due famiglie.

I rapporti tra le due formazioni non sono sereni tanto che il Gualtieri parlando con un esponente della cosca in Calabria racconta: «…io con lui… va bene… abbiamo un bellissimo rapporto… ma bello davvero… con quel signore che mi ha dato… la macchina… ed è uno dei primi industriali di Verona!… e che è lui che mi sta dando una mano politicamente per fare questo affare… i “baluba” dei riggitani… non capiscono che senza politica… non si fa niente!!…omissis…ancora non l’hanno capito!… e hai voglia a dirglielo compà!… “vedete che noi… il gruzzoletto… al sindaco… glielo dobbiamo dare!…».

Nella concitazione delle trattative Gualtieri sottolinea «l’unica persona che potrebbe far saltare l’affare di Verona è Moreno Nicolis in quanto ha forti legami con i politici locali (GUALTIERI Antonio: ”….che se vuole… quello di Verona.. quel cane di mandria lì.. se vuole ci fa saltare tutta l’operazione professò…perché quello lì c’ha la politica in mano.. professò.. lui il sindaco e il vice sindaco mangiano in casa sua!!… quando il progetto della… Tosi fallo passare…che gli dici a Moreno… di presentarti subito il progetto…”)».

In realtà alla fine l’affare sfuma. Le due formazioni di stanza a Verona entrano definitivamente in rotta di collisione. Gualtieri rompe con Nicolino Grandi Aracri che d’altronde gli contesta «l’appropriazione di alcune somme di denaro provento della sua autonoma attività di recupero crediti». La catena di comando ‘ndranghetista si dimostra molto più friabile di quanto si possa immaginare. Roberta Tattini racconta che «è meglio non fare l’affare di Verona in quanto sono implicate due famiglie che definisce ingorde» e che «il vertice non si può spostare dalla Calabria e che non si fida dei propri collaboratori».

A fronte di una forte capacità di mobilitazione dei professionisti e degli imprenditori del nord (più che disponibili a farsi coinvolgere) e di una incredibile facilità nell’entrare in contatto con la politica (stando alle risultanze delle indagini), gli ‘ndranghetisti paiono dimostrare, in questo caso, un certo dilettantismo nel condurre l’affare.

Sembrano essersi incartati da soli.