Che cosa c’era dentro quella maledetta vasca? La domanda torna insistente, soprattutto dopo la visita allo stabilimento della Co.in.po. a Cà Emo, frazione di Adria, ieri mattina dei quattro parlamentari della commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

A dieci giorni dalla terribile tragedia in cui sono morti quattro operai durante un’operazione di sversamento di acido solforico che ha provocato l’esalazione di una nube tossica, nuove inquietanti domande emergono alla luce. «In base alla ricostruzione della tragedia con gli elementi che abbiamo a disposizione – ha sottolineato il presidente della commissione Alessandro Bratti – emerge una chiara sottovalutazione del pericolo da parte delle persone impegnate nelle operazioni, ma trattandosi di lavoratori esperti, con lunga esperienza – sottolinea – appare alquanto strano che non si rendessero conto dei pericoli ai quali andavano incontro. Ecco perché appare credibile la conclusione che stessero operando su materiali diversi da quelli che si aspettavano». Il senatore Bartolomeo Pepe, secondo quanto riportato dalla Voce di Rovigo, si è lasciato scappare anche di più: «una possibile presenza cianuro considerata la violentissima, immediata e drammatica reazione mortale».

In realtà alcuni esperti avevano sollevato già seri dubbi sulla provenienza e la qualità delle sostanze presenti nella vasca: la concentrazione di ammonio che ha provocato la reazione chimica farebbe pensare a fanghi di tipo industriale, e si può inoltre ipotizzare alla presenza nei reflui di metalli pesanti che potrebbero avere avuto la funzione di catalizzatori in una reazione così violenta.

L’indagine della magistratura dovrà chiarire cosa è «andato storto» per cui l’acido solforico versato nella vasca di decantazione ha reagito con l’ammoniaca, o con altri composti presenti nella vasca, portando alla produzione di una micidiale nuvola di vapore tossico. Aldilà dell’operazione attorno alla vasca, sulla cui sicurezza il pubblico ministero ha già espresso gravi perplessità, occorrerà indagare sull’intero ciclo di produzione della ditta, sulle sostanze trattate e sui procedimenti e le autorizzazioni allo smaltimento.

Una ditta importante la Co.im.po., sorta negli anni ’80 a Cà Emo, piccola frazione di Adria, che trattava 100mila tonnellate all’anno di rifiuti speciali. Rifiuti che provenivano da tutta Italia (e anche dall’estero stando alle dichiarazioni degli abitanti che notavano le targhe dei camion in arrivo).

I rifiuti, una volta trattati, venivano sparsi sui terreni agricoli quali ammendanti a cura della Agri.Bio.Fert., società di Rossano Stocco, anche lui ferito nell’incidente, braccio destro dell’amministratore delegato della Co.im.po. Gianni Pagnin. Diversi ettari di terreno sono stati acquistati dalla ditta nelle vicinanze, altri venivano affittati in altri paesi polesani. Accadeva anche che venissero offerti gratuitamente ai contadini e riversati nei campi a cura della stessa ditta.

Operazione in sé non illecita se il trattamento dei rifiuti viene condotto a dovere. La normativa è molto complessa e ammette l’utilizzo di rifiuti, opportunamente trattati, quali liquame zootecnico, scarti di produzione di industrie tessili, del pellame e del legno che la Co.in.po. ufficialmente trattava. Altra cosa sono fanghi di origine industriale, contenenti metalli pesanti. Molto dipende dai controlli che vengono effettuati e “se” vengono effettuati.

L’odore nauseabondo che proveniva dalle lavorazioni della ditta e dalla “concimazione” dei campi ha attirato le proteste e i malumori degli abitanti che per un periodo formarono anche un comitato e lanciarono una raccolta di firme. «L’odore è un evidente segnale di qualcosa che non va nel processo di trattamento di rifiuti» segnala Gianni Tamino, biologo dell’Università di Padova.

Segnale non colto appieno dall’agenzia regionale per l’ambiente spesso chiamata in causa dagli abitanti e da Legambiente, sempre per la questione degli odori. «Abbiamo fatto innumerevoli segnalazioni, ma senza ottenere nulla» racconta Leonardo Conte del circolo di Legambiente di Adria.

La mobilitazione dei cittadini ebbe vita breve anche perché una parte degli abitanti di Cà Emo non ha voluto mettersi contro Mauro Luise, il titolare, che dal trasporto latte si era convertito, nella metà degli anni ’90, al settore rifiuti mietendo in breve tempo grande successo. Nel frattempo Luise si è trasferito in Romania dove ha avviato una attività nel settore agricolo insieme al vecchio socio Gianni Pagnin che comunque è rimasto al comando della Co.in.po. divenendone dal dicembre 2012 nuovo amministratore. Massimo Barbujani, il sindaco di Adria, dopo la tragedia ha ricordato la generosità di Luise nel sostegno alle iniziative del paese. In effetti la sponsorizzazione della Co.im.po ha sorretto molte manifestazione compresa l’attività della locale squadra di calcio.

Un’analisi eseguita dal Corpo forestale dello stato nel 2011, su richiesta dell’amministrazione di un paese delle vicinanze dove la ditta sversava il suo prodotto, San Martino di Venezze, registrava una quantità superiore al consentito di «correttivo calcico». Il «fertilizzante» proveniente dalla Co.in.po. venivano portati e «subito interrato da mezzi agricoli e carro – botti muniti di interratore» scrivono gli agenti del corpo forestale. Oltre 25mila quintali di sostanze nel giro di una settimana sono state sparse (ed interrate ad almeno 40 centimetri di profondità) nel terreno oggetto dell’analisi del corpo forestale, che nella nota sottolineano: «un così ingente impiego non risulta giustificato da alcun studio approfondito sulle caratteristiche del terreno che determinano un pH così elevato e di conseguenza sull’idoneità del correttivo calcico che viene impiegato sui terreni fortemente alcalini; non risulta poi essere stato fatto un calcolo del fabbisogno del gesso in base ai parametri del terreno, né è stato predisposto un piano di utilizzazione agronomica o un monitoraggio sull’andamento dei risultati ottenuti come invece la buona pratica agricola richiederebbe». Gli agenti forestali chiudono allarmati: «per quanto appreso in sede di controllo, risulta che altre superfici in disponibilità della Co.in.po. siano state in passato interessate dall’applicazione del correttivo calcico prodotto dall’Agribiofert e dunque non si esclude che la problematica esposta riguardi [..] anche altre superfici agricole».

Ora occorre che le indagini amplino il loro raggio d’azione ai campi del Polesine dove la Co.im.po. ha sversato in questi anni il suo concime, ai prodotti che sono stati coltivati e all’uso che ne è stato fatto e all’acqua che ha irrigato i campi.

Anche in nome dei quattro poveri cristi uccisi da una nuvola di veleni.