«Se una linea politica è sbagliata lo si avverte dal rumore. Il rumore è l’espressione di ciò che viene ignorato e di ciò che è ignoto», scriveva lo storico della cultura statunitense William Irwin Thompson. La coltre di disinformazione che avvolge Fukushima ha un obiettivo preciso: silenziare il rumore e confermare la scelta nuclearista.

I servizi dei giornali italiani, su ciò che accade in Giappone, distillano parcamente qualche pillola di notizie, affiancata da servizi rassicuranti come l’inizio della stagione della fioritura dei ciliegi [La Stampa] o il salvataggio del cane disperso da tre settimane [il Corriere della Sera]. Il portavoce governativo Yukio Edano emana l’autorevolezza e l’affidabilità che caratterizzò l’agenzia di stampa Tass di sovietica memoria.

Ma «gli argomenti della fisica riguardano i fisici, gli effetti riguardano tutti, e ciò che riguarda tutti può essere risolto solo da tutti» leggiamo nei «I Fisici» di Friederich Durrenmatt. Ci sembra un buon punto di partenza per cercare di mettere in fila alcune osservazioni:

1) La lunga serie di silenzi e di omissioni da parte della Tepco, la società che gestisce il nucleare civile giapponese, rende evidente quanto veniva denunciato nel 1987 dal movimento «no nuke»: la gestione del nucleare presuppone un densificazione d’interessi e di potere che nessuna amministrazione pubblica e democratica potrà [ammesso che lo voglia] controllare. La delega ai privati della gestione della sicurezza delle centrali venne sanzionata dalla Suprema corte degli Stati Uniti già nel 1961, dopo un incidente ad un impianto. Uno dei giudici che si oppose alla sentenza, il giudice Douglas, dichiarò profetico: «Quando sono stati investiti milioni di dollari, il peso sta dalla parte dell’azienda e non del pubblico». La governance che il nucleare impone è una collusione d’interessi tra pubblico e privato che non ammette trasparenza.

2) La complessità della tecnologia nucleare non è, ad oggi, «domabile». E’ evidente come non esistano procedure standard o progetti in grado di affrontare quanto è accaduto a Fukushima, così come era stato per Cernobyl. L’ecologia ci insegna a percorrere i sentieri dell’incertezza e della complessità. Occorre rifuggire da posizioni assolute, ideologiche, che rifiutano di guardare più punti di vista, e assumere scelte miti e prudenti, coscienti dei limiti entro i quali la nostra vita si svolge. «Non c’è nulla che sia altrettanto caratteristico di noi, uomini d’oggi, quanto l’incapacità della nostra anima di rimanere up to date, al corrente con la nostra produzione – scriveva Gunter Anders – dunque di muoverci anche noi con quella velocità di trasformazione che imprimiamo ai nostri prodotti e di raggiungere i nostri congegni che sono scattati avanti nel futuro [chiamato ‘presente’] e che ci sono sfuggiti di mano».

3) La scelta nucleare è una scelta politica che prefigura un modello di società. Centralizzata, autoritaria, impregnata dall’ideologia della crescita e del consumo. Grandi produttori di energia, grandi tecnologie, grandi investimenti, grandi consumi. La «piccolezza» non è un valore in sé ma in molti casi è la dimensione più adatta per controllare democraticamente informazioni e scelte. La produzione distribuita, l’efficienza energetica, il riciclo degli scarti, la razionalità dei trasporti si armonizzano con l’autonomia territoriale e la democrazia. La novità è che questa alternativa non è rimandata a «dopo la rivoluzione», ma sta avvenendo adesso, nel moderatissimo Baden-Wuerttemberg, dove i Verdi hanno preso il 25 per cento e il centrodestra è stato sconfitto dopo cinquanta anni [facendo le dovute proporzioni, è come se accadesse da noi in Lombardia]; o nei mille comuni d’Italia dove si stanno diffondendo a macchia d’olio, malgrado il decreto Romani, le energie rinnovabili. Come documenta Legambiente nell’ultimo rapporto «Comuni Rinnovabili 2011», un comune su otto in Italia è «autosufficiente dal punto di vista elettrico grazie a sole, vento, biomasse e geotermia».

4) La delega ai cosiddetti esperti è sempre stato un imbroglio. Rimaniamo imprigionati nei nostri deficit di conoscenza nell’attesa che l’esperto «neutrale» ci rassicuri. Veniamo sfiduciati nella nostra capacità di discernimento e di confronto ancor di più oggi, che l’apparato tecnico e scientifico, definitivamente omologato alle logiche neoliberiste, è piegato ai format dei media. Così l’imbroglio risulta ancora più sordido. E’ seguendo questa logica che la figura dell’esperto di nucleare può venire incarnata nell’oncologo Umberto Veronesi, persona priva di qualsiasi argomentazione o competenza sull’argomento, ma in grado, per la sua biografia e per la sua esposizione mediatica, di sollecitare fiducia e perciò di essere spendibile sul piccolo schermo e sui grandi giornali per rassicurare le masse.

I nuclearisti nostrani hanno compiuto una piccola ritirata strategica, la moratoria di un anno. Gli stress test annunciati per le centrali europee possono rivelarsi un potente specchio per le allodole. C’è il pericolo, come segnala Pierluigi Adami [fra gli animatori del comitato scientifico per il Sì al referendum antinucleare] che ci si limiti ad una verifica cartacea delle procedure e a decretare la chiusura di qualche centrale vetusta, dando così l’illusione della possibilità di controllare la situazione.

Ma non se la sono messi via, questo è certo. Non si archivia così un affare da miliardi di euro, con buona pace dei contaminati di oggi e domani. Potremmo archiviarlo noi, il nucleare nostrano, il 12 giugno, accorrendo a votare ai referendum, chi per la prima e chi per la seconda volta. Ne vale comunque la pena. «Quando il rumore aumenta – proseguiva William Irwin Thompson – raggiunge un punto in cui sovrasta il segnale, si assiste quindi ad un rovesciamento, e il rumore comincia ad essere udito come informazione mentre i vecchi segnali svaniscono in un ronzio di fondo, in un’indistinta base di retorica antiquata». E’ venuto il momento di alzare il volume

 

Gianni Belloni (www.carta.org del 5 aprile 2011)