«Tutto finisce e tutto ritorna». Quando gli chiedono che succederà adesso nella distretto vicentino della concia delle pelli, Andrea Ghiotto, il faccendiere al centro della più grande truffa degli ultimi anni avvenuta nel nordest, risponde così.

I numeri: 180 persone e 150 imprese coinvolte, 240 milioni di evasione accertata per un imponibile di 1,3 miliardi, indagati dirigenti dell’intendenza di finanza, fior fiore di professionisti, ufficiali della finanza. Un sistema di corruzione ed evasione – ‘oliato’ anche dall’utilizzo di escort – che permetteva a molte aziende del distretto della concia di evadere le tasse con la collaborazione di vertici della guardia di finanza, dell’intendenza di finanza. E il silenzio di tutti quelli che sapevano. In questi giorni si sono concluse le indagini preliminari per quanto riguarda una delle due inchiesta, denominata Reset, che hanno scoperchiato il calderone del malaffare delle concerie.

Ora che quel sistema è stato scoperto, che succede nel distretto della valle del Chiampo? «Tutto ritorna», come ha profetizzato il faccendiere Ghiotto? «Spero che venga fatta ‘pulizia’ e che nel settore torni la correttezza» ha dichiarato Susanna Magnabosco presidente dell’associazione industriali di Arzignano, all’indomani dello scoppio dello scandalo. «Torni la correttezza» è un’espressione impegnativa. «In realtà un’illegalità diffusa ha sempre convissuto con questo sistema – racconta Ferdinando Dal Zovo, una vita come sindacalista tra gli operai della concia -, un’illegalità che coinvolgeva tutti, gli operai che ricevevano, nei periodi d’oro degli anni ’90 anche il 150 per cento in più del salario in nero. Per questo è sempre stato difficile promuovere la sindacalizzazione da queste parti».

Siamo nella pedemontana vicentina, ai margini della pianura della megalopoli padana. Il distretto della concia delle pelli è una grande azienda con un fatturato di 3-4 miliardi di euro. Seicento aziende stipate in un’area affollata e compressa. Di queste in realtà un centinaio sono un numero di cellulare e un ufficio: le «cartiere», imprese fittizie che, come l’inchiesta giudiziaria ha messo in luce, servono per far girare fatture e fondi neri.

Qui nella valle del Chiampo gli accadimenti del mondo risuonano in tempo reale: l’introduzione dell’euro ha fatto svanire il fiorente mercato statunitense, le trasformazioni dell’est Europa ha reso più difficile l’acquisto delle pelli grezze per la concia e così l’aggressività della Cina che si sta accaparrando le materie prime. Il mondo entra in casa anche con i lavoratori immigrati che nelle aziende terziste e tra le lavorazioni meno qualificate raggiungono il 90-100 per cento della manodopera. «Esportano in tutto il mondo, delocalizzano in Brasile, si confrontano con le imprese cinesi, ci sono 300 ragazzi laureati o diplomati che girano i quattro continenti per commercializzare i prodotti, ma il concorrente rimane quello aldilà della strada – racconta Dal Zovo -, qui non sono mai riusciti a fare sistema». Ciascuno per sé. Anche le associazioni imprenditoriali sono poco rappresentative e su tutta la vicenda sono stati sostanzialmente in silenzio. «Gli imprenditori qui non si rivolgono alle associazioni per una consulenza o per un appoggio per la paura di essere condizionati – prosegue il sindacalista -, così vanno dai consulenti privati a cui chiedono: come faccio a pagare meno possibile?».

Il più esplicito è stato un sindacalista della Uil, Antonio Bertacco, che ha manifestato preoccupazione «per i risvolti occupazionali provocati dell’inchiesta», ma più di qualcuno, soprattutto tra gli imprenditori, ha manifestato insofferenza per l’inchiesta capitata nel pieno del dispiegarsi della crisi economica globale. Pochi hanno introiettato il dato, sintetizzato da Andrea Cestonaro della Cgil: «un pugno di persone della valle del Chiampo ha truffato lo stato per 240 milioni di euro, l’equivalente della somma necessaria per due anni di cassa integrazione in deroga in tutto il Veneto».

«Questo sistema di malaffare non è frutto di quattro delinquenti, è esteso e ha messo in crisi aziende più equilibrate – scandisce Maurizio Ferron responsabile per la Cgil dell’area dell’ovest vicentino – uno spaccato da rabbrividire, qui è innato nel sistema un secondo bilancio in nero e una distribuzione capillare di questa evasione, nessuno ha il coraggio di prendere il sasso in mano. In realtà c’era una sofferenza tra gli imprenditori – ragiona Ferron -, perché la “cricca” aveva esagerato, un sistema economico funziona se ci sono rapporti di fiducia in comportamenti codificati, l’evasione e la corruzione più spinta fa aumentare i costi economici delle transazioni e nessuno si fida più. La corruzione emersa ha fatto sballare il sistema, ma pochissimi possono rivendicare l’innocenza e per questo nessuno ha denunciato anche se tutti ovviamente sapevano».

«C’è una parte di aziende – racconta Dal Zovo -, diciamo un terzo, che stanno agganciando le crescita, e lì è ripartito l’utilizzo dello straordinario, erogato in parte nero. La crisi ha comunque lasciato sul terreno 2500 posti persi, di operai non più ricollocati, mentre gran parte degli imprenditori coinvolti nelle inchieste hanno ricominciato a lavorare – prosegue il sindacalista -, compaiono come collaboratori di aziende intestate a prestanomi, aziende senza solidità patrimoniale, che non possiedono nemmeno il capannone. Un domani dichiarano fallimento e i lavoratori si ritrovano senza lavoro e i debiti dei contributi addossati all’Inps. Loro, ufficialmente nullatenenti, non rischiano niente. Un film che abbiamo già visto parecchie volte. Tutti i ‘falliti’ viaggiano con il turbo sotto il culo e il cittadino comune che vede, tace. Questo sistema è andato deperendo, ha smarrito il senso di azienda sana».

«Ricordo bene che da semplice militante la questione “concerie” divenne subito un tabù dalle parti del Carroccio» ha scritto Franca Equizi, dissidente della Lega, in una lettera apparsa sulla stampa locale qualche mese fa. Diversi i politici leghisti sfiorati dalla vicenda: il vicesindaco di Arzignano, Signorini, ha problemi in famiglia: la madre condannata perché a lei è intestata una “cartiera” per cui è indagato pure il fratello, gestore della cartiera. Renzo Marcegaglia è presidente del consorzio acque del Chiampo, vecchio dc, è balzato prontamente sul cavallo di Alberto da Giussano. Ora è indagato.

Uno dei due filoni dell’inchiesta ha bussato alla porta, il primo marzo di quest’anno, del sindaco leghista di Zimelle Veronese, Alessandra Segantini, accusata di riciclaggio per aver acquistato due appartamenti con i soldi delle tangenti riscosse dal padre, dipendente dell’agenzia delle entrate di Arzignano. Il senatore Alberto Filippi è indagato per un giro di false fatturazioni fra l’azienda di famiglia e la squadra di calcio Il Grifi, il cui presidente era Andrea Ghiotto. Al recente congresso provinciale ha fatto la voce grossa un altro senatore, Stefano Stefani, chiacchierato per la telefonata in cui uno degli indagati fa capire di aver sollecitato un’interrogazione parlamentare per ostacolare il lavoro della procura di Vicenza. L’interrogazione poi in effetti venne presentata da un gruppo di parlamentari della Lega e del Pdl.

«Un elemento comune alla vecchia e alla nuova corruzione è (…) la continuità nella presenza dei partiti e degli amministratori politici, e il ruolo che essi svolgono nell’organizzazione degli scambi occulti» leggiamo in “Mani impunite”, di Donatella Della Porta e Alberto Vannucci, uno dei più approfonditi studi sulla corruzione post tangentopoli. «Tra i leghisti qualche mal di pancia sta crescendo – racconta Maurizio Ferron – perché la Lega si è trovata coinvolta con molti uomini di punta e comunque chi non è direttamente indagato ha interessi molto forti nel settore».

Gli imprenditori coinvolti si difendono dicendo di essersi sentiti costretti a pagare i pubblici funzionari. «Non è la Sicilia, potevano denunciare» ha commentato il procuratore della Repubblica di Vicenza Nelson Salvarani. «E in Sicilia l’associazione degli imprenditori è in prima fila contro il malaffare – sottolinea Ferron -, qui tutti zitti». La confindustria regionale ha firmato un protocollo di legalità con il ministero dell’Interno sui temi dell’estorsione e delle mafie. Sulla corruzione, nulla.

«Tutto finisce e tutto ritorna»?

Marzo 2011 – Carta