“Padova allora, in maggio ed in giugno, era città di una dolcezza infinita: nei portichetti bassi e medioevali un sole discreto, attenuato dalla vicinanza delle file di case, illuminava il pulviscolo, rivelava punti e pagliuzze dorate prima invisibili: i salici piangenti coprivano d’ombra le acque verdi del Bacchiglione. Le osterie accoglievano gli spuntini degli studenti e l’animato vociare degli operai.” (Sergio Baron, Renata o dell’innocenza, Chioggia, 1993)

Un ritratto come questo, oggi, in buona fede, non potrebbe più essere tratteggiato. Sergio Baron, l’autore, ha vissuto a Padova negli anni ’60. La città aveva allora ancora una sua fisionomia, aveva ancora una sua bellezza. Perché oggi, di tutto questo, cogliamo solo sparsi brandelli? Pensiamo che, per formulare una proposta di governo della città, occorra partire proprio da questo: dalla perduta bellezza.

Occorre, prima di tutto, capire le origini di questa perdita, che ha certamente caratteristiche comuni a quelle di altre città dell’occidente. Non confondiamo la bellezza con la stucchevole ricerca del decoro fatto di fioriere, arredi pacchiani e pulizia ossessiva del salotto-centro storico. La bellezza è equilibrio, ricerca del senso condiviso, meraviglia dell’inatteso, cura quotidiana e collettiva del bene pubblico: la bellezza è l’essenza stessa della città e della sua meravigliosa utopia. “La città è stata soprattutto lavoro umano, cultura materiale, pratica quotidiana, di sapere acquisito e di sapere trasmesso, luogo di continua sperimentazione (e di differenti comportamenti) nel rispetto sempre degli interessi generali. Pur nella conflittualità, la città è stata un baluardo di etica e di estetica.”[1]

Quella che Paolo degli Espinosa chiama la “produzione di città”, opera collettiva nei cui evidenti tratti ideologici bene o male i cittadini potevano identificarsi, si è ridotta, a Padova come ovunque, ad affare di ristretti ceti professionali, affaristici e politici. Le priorità dello sviluppo, le forme dell’edificare sono temi che certo non vengono discussi con i cittadini, e comunque le ragioni vere di determinate scelte rimangono, ai più, totalmente incomprensibili.

Franco La Cecla identifica questo passaggio con l’avvento del cemento armato, che, a differenza del legno e della pietra, esige l’opera di imprese specializzate per l’edificazione delle case[2]: imprese specializzate che elaborano un sapere separato dal vissuto e dalle esigenze dell’abitante. Il calcolo economico, piuttosto che l’estetica (che è sapienza del vivere bene), diviene il metro assoluto dello sviluppo urbano. L’abitante non partecipa più alla costruzione materiale, ma neppure al disegno del luogo che abita.

L’urbanistica, l’arte di costruire la città, si configura come disciplina sempre più elitaria; provate, se vi capita, a leggere un articolo di urbanistica in un rivista specializzata: vi risulterà, crediamo, del tutto incomprensibile. Eppure, dietro quel linguaggio per iniziati, dietro i sottili rimandi decifrabili da pochi, c’è, o vi dovrebbe essere, il racconto del luogo in cui viviamo. E su questo tema il cittadino, grazie alla sua esperienza di vita, avrebbe certo molto da dire.

un’altra storia

insieme al processo appena accennato, l’allontanarsi del sapere accademico dalla vita della città, abbiamo assistito, grazie alla crescente rendita fondiaria, allo svilupparsi di una economia urbana legata alla valorizzazione delle aree urbane dimesse e una conseguente ad una forte concentrazione del potere legata a questi interessi. Nel corso degli anni ’50 – ’60, il processo ha riguardato aree di trasformazione del centro storico (pensiamo al vagheggiato asse di sviluppo lungo Corso Milano, oggi ridotto ad orribile asse viario) e negli ’80 ha puntato l’attenzione sulle aree dismesse dallo sviluppo industriale ( l’area della Fiera, del Polo Direzionale, via Sarpi ecc…) Le grandi aree lasciate libere dall’emigrazione delle attività manifatturiere sono state la sede della concentrazione di strutture per lo sviluppo delle funzioni direzionali, della rappresentanza, del terziario più o meno avanzato[3]. Lo sfruttamento di questo business ha visto una oggettiva convergenza d’interessi tra i grandi gruppi finanziari ed economici e ceto politico, e ha determinato la direzione dello sviluppo cittadino: grandi opere edilizie (la “Padova Sviluppo“ di Gottardo) funzionali a grandi finanziamenti. Anche se la città avrebbe avuto bisogno, anche allora, di vedere preservata e restaurata la sua bellezza, le priorità e gli interessi, erano, evidentemente altri.

Sull’aspetto giudiziario di tutto questo, a Padova come altrove, hanno fatto parziale luce le inchieste di tangentopoli agli inizi degli anni ’90. Ma si è perduta l’occasione per indagare le cause profonde del legame tra corruzione e scelte di sviluppo. Le cause, che sono politiche e culturali, sono rimaste celate dietro la generica condanna morale dei singoli esponenti. Per questo, quel tipo di sviluppo, e la concentrazione di potere che ne fa da necessario corollario, continua a celebrare i suoi fasti: oggi nell’area di Padova est, domani chissà….

Ma questa storia non riguarda solo gli imprenditori o i politici che di tutto questo sono stati consapevoli promotori, ma anche i tanti che questo hanno permesso. Alcuni economisti[4], analizzando l’apparente consenso verso questo distruttivo modello di sviluppo,  puntano il dito sullo scambio inconscio avvenuto tra possibilità di consumo di beni individuali e peggioramento dei beni comuni: gli italiani, che dagli anni ’60 in poi hanno avuto accesso ad una quantità crescente di merci – auto, elettrodomestici, case, beni di lusso ecc..-, hanno rinunciato, per questo, ad occuparsi dei beni comuni: ambiente, beni monumentali, aria pulita, cultura, stile di vita, socialità: tutto ciò che costituisce la bellezza di un luogo abitato. Quest’ultimi sono beni che hanno la particolarità di non poter essere acquistati sul mercato, che difficilmente si possono riprodurre.

La civile indignazione di Gianumberto Caravello, presidente del Comitato Mura, che afferma: “in realtà i padovani con mentalità mercantile e bottegaia si sono abituati a considerare le mura veneziane come “res nullius”; a ridosso, sopra, dentro è stato costruito di tutto: magazzini, pompe di benzina, officine, orti pensili”[5], rivela più di mille inchieste sociologiche. Non solo i grandi soggetti politico-economico -affaristici hanno fatto strame della città, anche i singoli cittadini, passivamente o attivamente, sono stati collusi con questo sviluppo. Perché l’opera del Comitato Mura è rimasta per molti anni solitaria? perché le denuncie di Bresciani Alvarez o di Piccinato[6] sono rimaste grida nel deserto? Il tombinamento dei canali o l’espansione dell’Ospedale nell’attuale sede (per citare, forse, gli esempi peggiori), sono state scelte sciagurate che hanno sfigurato il volto della nostra città e sono state attuate con il consenso di tutto il ceto politico e la stragrande maggioranza della società civile padovana.

E se negli anni ‘60/’70, in tutto il mondo, grandi movimenti di massa hanno scosso alla radice le certezze del nostro sviluppo e formato un generazione che ha fatto dello spirito critico metro della ricerca e dell’azione, a Padova una parte di quella generazione ha conosciuto il carcere, la repressione, l’esclusione sociale. L’emarginazione del grande e composito movimento giovanile di quegli anni[7] fece gran danno, perché privò Padova di un punto di vista e di un elaborazione critica di cui avrebbe avuto grande bisogno.

Negli anni ’80 si fece strada l’esperienza ambientalista, (nelle sue varie formulazioni associative: Circolo Futura poi Legambiente, Amissi del Piovego, Comitato basso Isonzo, Comitato Colli Euganei, La Biolca, Comitato Parco Prandina, Comitato Mura, Comitato Brentelle, WWF, Italia Nostra) che formulò una critica forte allo sviluppo urbanistico che in quegli anni stava assumendo le forme di un vero e proprio assalto al territorio. Ed è allora che inizia ad incrinarsi il meccanismo di connivenza tra le esigenze di consumo individuale e la devastazione ambientale e urbanistica.

Alcuni dei progetti peggiori non sono stati attuati, non solo per problemi tecnico-finanziari o per il soggiungere delle inchieste di tangentopoli, ma perché cominciava ad erodersi il consenso verso uno sviluppo che minacciava gli elementi fondanti della convivenza: il silenzio, l’aria, il paesaggio, le relazioni (ancora la bellezza). Il Passante Urbano (che oggi riappare sotto forma di Arco di Giano), il parcheggio interrato in Piazza Insurrezione, lo sventramento del quartiere Borgese (sì, si pensò anche a quello!), la Cittadella dello Sport: furono alcuni dei progetti che allora non videro la luce, anche perché una crescente parte dei cittadini cominciava a guardare con rimpianto alla bellezza perduta. Risalgono a quegli anni le prime mobilitazioni contro il traffico: ma quanto benzene è passato sotto i ponti da allora! L’apporto della cultura ambientalista, la coscienza del limite delle risorse, che è anche limite della città, è fondamentale nella critica allo sviluppo. Nel riconsiderare l’utilizzo delle risorse ambientali emerge la possibilità di mettere in discussione la finalità stessa dello sviluppo: non un illimitato, quanto insensato accumulo di merci, ma il recupero di stili e tempi di vita più umani.

E’ in quel periodo che nacquero alcune esperienze di “restauro” delle relazioni e della società: la nascita della Mag 30 (cooperativa di micro finanza da cui nacque Banca Etica), la nascita della realtà del biologico (con la cooperativa el Tamiso e il primo ristorante biologico la Luna Nuova), l’attività dell’Università Verde, l’affermarsi delle società remiere e di associazioni (come Lo Squero) che ci fecero riscoprire quella cultura delle acque che contraddistingueva la nostra città, il Laboratorio Accamaman per l’educazione alla corporeità, il radicarsi della Comunità delle Libere Attività Culturali (la CLAC, che ancor oggi presidia l’area dell’ex macello a difesa da potenziali speculazioni) la rivista di “resistenza urbana” Ecopolis (che formulò le più importanti critiche e proposte sullo sviluppo cittadino), il Centro Sociale Pedro e cento altre esperienze che cercarono “dal basso” di intravedere un altro percorso per questa città: che ne preservasse la bellezza e la vitalità.

il potere, i poteri

tutte queste esperienze, e le mille che si sono aggiunte e succedute, sono partite da un dato fondamentale: per trasformare la realtà non è sufficiente che una parte politica più o meno amica conquisti il “potere”, occorre che si trasformi la cultura, che s’invertano i rapporti di micro-potere per cui viene considerato prioritaria la salute rispetto alla “libertà” di spostamento in auto, la qualità dei rapporti rispetto al business, la cura dell’ambiente rispetto al consumo di merci.

L’esperienza del centro sinistra, al potere in questa città per gran parte degli anni ’90, ha profondamente deluso perché non ha prodotto un cambiamento di rotta che si saldasse con i percorsi di queste esperienze diffuse. Non è stata infatti l’occasione per rivedere in modo profondo le coordinate dello sviluppo: si è dato il via ad alcune cose positive, programmi di manutenzione urbana, politiche del verde, ma queste non hanno rappresentato il segno, la priorità dell’azione. E i cittadini, le loro forme organizzate, sono state lasciate in un angolo, non sono state considerate attori a tutti gli effetti. Non acquisendo una sua fisionomia, quel programma di governo non è stato premiato: bisognerebbe far tesoro dagli errori compiuti. Fatto sta, che la cultura che informa ancor oggi la città alimenta i miti della competizione territoriale (il dibattito che caratterizza oggi la città metropolitana), della crescita economica, dell’omologazione dei consumi e dei comportamenti.

D’altronde, l’attuale ceto politico non è atterrato da Marte (anche se ogni tanto sorge il sospetto…), ma è cresciuto e si è formato in questa città. Il dibattito politico sul futuro urbano è ossessionato dal tema della competitività, il metro per giudicare la politica urbana è quello economicista: Padova deve divenire “capitale del Veneto”, del Nord –est, o a “competere a livello internazionale”, “cogliere le opportunità delle reti internazionali”. Intendiamoci, non sogniamo il villaggio di palafitte, riconosciamo che un livello di benessere economico generale, a determinate condizioni, si possa riflettere in benessere e qualità urbana ma crediamo che, rispetto allo sviluppo globale, la sfida sia quella di acquisire autonomia e controllo del proprio sviluppo: “non uno sviluppo eterodiretto dalle reti lunghe dell’economia globalizzata ma uno sviluppo determinato dalle risorse e dalla volontà collettiva dei cittadini” come argomentiamo nel capitolo sull’economia urbana.

Pensiamo che governare una città non sia semplicemente mettere in campo le condizioni per lo sviluppo dell’impresa e fare delle città delle neutre piattaforme della concorrenza globale. Questa pratica produce e ha prodotto peggioramento delle condizioni ambientali, di vita e ha approfondito le disuguaglianze sociali. Ancor oggi politici e opinionisti discutono sugli assi dello sviluppo cittadino e nessuno discute del suo volto, dei suoi tratti : per interpretare la città si fa ricorso, giustamente, al linguaggio dell’economia, della sociologia, dell’urbanistica, dell’ecologia, finanche dell’etica (ma non troppo), ma tutti hanno scordato il linguaggio, in realtà fondamentale, dell’estetica.

Perché s’inverta la rotta, occorre formulare un progetto che sappia dialogare e prendere spunto dalle mille esperienze che in città cercano di comunicare un’altra idea del vivere. Per questo proponiamo, come corollario del nostro programma di governo, le seguenti 5 regole verdi:

cinque “regole verdi”:

per ritrovare la bellezza della città

–  dar corpo alla democrazia attraverso la  partecipazione dei cittadini alla vita pubblica della città. I cittadini devono essere nelle condizione di poter, non solo dire la loro, ma incidere realmente nelle scelte attraverso strumenti adeguati. Agli abitanti deve andar riconosciuta una competenza che è quella propria di chi la città la abita e può, per questo, farsi portatore di istanze e idee importanti. Occorre attivare una cittadinanza consapevole ed attiva rispetto a questa competenza.

–  identificazione dei caratteri forti, dei “temi generatori” che siano magneti di uno sviluppo della città che ne preservi, restauri e implementi la bellezza. Temi che caratterizzano la città e la sua storia e che vengano percepiti patrimonio comune dai cittadini. Pensiamo che, grazie all’identificazione di questi “temi generatori”, si possano attivare energie: perché lo sviluppo della città non dovrebbe essere affare del Sindaco ma progetto condiviso, voluto, discusso e  sorretto, ed anche contestato, da tutti.

–  lo sviluppo, non solo deve tener conto dei limiti dell’ambiente come vincoli da non recidere, ma identificare questi come cardini per costruire uno sviluppo che consideri l’ambiente risorsa da custodire con cura, passione e conoscenza.

–  occorre distribuire con criteri di giustizia la risorsa città eliminando gli ostacoli, per cui i cittadini possano partecipare alla vita pubblica, esercitare diritti, godere delle risorse, materiali ed umane, di cui è ricca la città.

–  custodire, rielaborare e utilizzare elementi della storia e cultura proprie di questa città, non per farne corazza di una supposta “identità”, ma risorse che  arricchiscono la comunicazione col mondo.

 


[1] Per Luigi Cervellati, L’arte di curare la città, Milano, 2000

[2] Franco La Cecla, Le passioni dell’abitare, in Volontà 1-2/1989

[3] si veda, reperibili presso Informambiente, Atti del convegno Quale Padova? Periferie..aree dimesse, casa, mobilità, verde, 10 Giugno 1991

[4] si veda l’interessante dibattito a più voci contenuto nel volume Carla Ravaioli (a cura di), Lettera aperta agli economisti, Roma 2001

[5] dichiarazione riportata dal Mattino del 3/8/2003

[6] Bresciani Alvarez, storico dell’architettura, esponente di Italia Nostra negli anni ‘70 e ’80. Piccinato, urbanista, è stato il redattore del PRG di Padova negli anni ’50.

[7] Alberto Pizzati Caiani, La larga Padova, in Ecopolis, 1993