Alzi la mano chi l’aveva previsto. In una afosa domenica di metà giugno, ad una settimana da un altro appuntamento referendario e a conclusione di una densissima stagione elettorale, più di 7mila cittadini dei quartieri di Padova nord si sono recati alle urne per partecipare al primo referendum consultivo circoscrizionale della storia di questa città.

Ho l’impressione che quello che è avvenuto all’Arcella non se lo aspettasse nessuno. Perlomeno non in questa quantità e con questa nettezza di giudizio. Nessuno sospettava quanto, tra i cittadini, fosse maturata, profondamente e trasversalmente, l’insofferenza per le nuove edificazioni. Anche se l’amministrazione comunale ha tentato di offrirne il volto rassicurante della “riqualificazione”, nel progetto delle Torri di San Carlo la gente ha riconosciuto – anche grazie all’intelligente e puntuale campagna referendaria ambientalista – la realtà di una nuova massiccia colata di cemento e, compattamente, l’ha respinta.

E’ cambiata una mentalità, un modo di pensare: nel profilo slanciato delle gru il comune sentire non rintraccia più il simbolo del progresso, della trasformazione positiva di una città che diviene “capitale morale” del nordest, ma piuttosto – grazie anche alla mancanza di un disegno coerente e riconoscibile – il segnale del deturpamento dei luoghi e delle memorie. I cittadini sentono che la crescita economica costruita a suon di cemento e mattoni non obbedisce più a dei criteri di utilità collettiva ma rassomiglia piuttosto alla locomotiva, di gucciniana memoria, lanciata a folle corsa, senza guida e prossima allo schianto. Altrimenti come spiegarsi, se non con gli strumenti della psicopatologia socioeconomica, la realtà di una città che perde abitanti e continua, imperterrita, a consumare suolo?

Ragionevolmente esponenti ambientalisti e “rossoverdi” chiedono che si dia seguito, coerentemente, alle conseguenze politiche del risultato referendario e che la corale richiesta di “stop al cemento” conduca ad una diversa politica urbanistica fatta di vera riqualificazione delle periferie, di tessitura dell’esistente, di valorizzazione degli spazi verdi e, soprattutto, che si ponga fine alla massiccia e disordinata edificazione a cui abbiamo assistito in questi decenni.

Il problema è che la stragrande maggioranza della classe politica cittadina – compreso un centrodestra opportunista ben oltre l’indecenza – non è per nulla in sintonia con questo cambio di mentalità collettivo ed è uscita da questa consultazione completamente frastornata, molto più di quanto non sia costretta a far vedere.

Il sindaco ha tentato, con l’appoggio del suo partito e con mille stratagemmi amministrativi, di “addomesticare” lo strumento referendario e di trarlo a suo vantaggio: gli è andata malissimo. Zanonato non ha saputo comprendere il cambio di mentalità avvenuto in questi anni, non ne ha valutato la dimensione e la profondità. Per un politico non è un errore da poco. E per questo errore, gli esponenti della Margherita – il partito che, più di altri e più direttamente, si fa carico degli interessi dell’economia del “mattone” – non intendono certo assolverlo, e comunque non a buon mercato.

Difficilmente lo scontro che si è aperto all’interno della maggioranza può portare all’unica sintesi necessaria, e cioè il riallineamento tra il progetto dell’amministrazione e le attese, evidentemente radicate e consapevoli, dei cittadini. Lo scollamento, tra il Palazzo e la città, in questo momento è profondo: per colmarlo non basterà rimettere a posto i cocci della maggioranza politica o spargere un po’ di consunta retorica sulla “partecipazione”.

Per la prima volta, nella storia di questa città, il core business dell’economia cittadina, il “mattone”, e, conseguentemente, il nocciolo duro della politica, sono stati concretamente intaccati dalla libera e corale espressione di un movimento cittadino. La contesa referendaria dell’Arcella ha messo a nudo la radicalità delle opzioni in campo: da una parte l’ascolto di una nuova sensibilità collettiva che chiede un deciso cambiamento di rotta, e dall’altra i forti interessi, privati, che la rendita urbana, oggi, suscita. Come insegna la stessa vicenda delle Torri di San Carlo non tutto, e non sempre, è possibile conciliare. E la classe politica padovana oggi, più che a conciliare, è chiamata a scegliere.

2006 – il Mattino