Vorrei proporre alcune considerazioni sul fenomeno “spritz” rivolgendomi, in particolare, a tutti quei soggetti politici e sociali che, da sinistra, hanno affrontato la questione in termini, perdonate la semplificazione, di “diritto di socializzare”.

I temi che propongo hanno l’obiettivo di aprire una riflessione, in particolare modo a sinistra, per far sì che vengano superate quelle che considero, magari a torto, alcune posizioni un po’ troppo schematiche.

1) Il fenomeno dello “spritz”, per come si è configurato, rappresenta un conflitto sull’uso dello spazio pubblico. Un conflitto che coinvolge diversi soggetti: giovani, residenti, esercenti dei bar, cittadini che non partecipano all’aperitivo ma che usufruiscono della zona delle piazze ecc….Ragionare in termini di “repressione versus socializzazione” mi sembra fuorviante: occorre, a mio parere, utilizzare “sobriamente”, nell’argomentazione, la categoria dei diritti, altrimenti non si fa che esasperare, sottolineandone l’assolutezza, le diverse posizioni. Tutti i soggetti in conflitto, infatti, sono titolari di diritti: se tutti li brandiscono come clave, come se ne esce?

2) Non capisco perché le ragioni dei residenti siano così poco considerate da chi “difende lo spritz”, quasi che fossero un po’ reazionarie e qualunquiste contrapposte a quelle dei giovani le cui ragioni, invece, vengono caricate di valenze positive. Tanto più che il problema dell’accessibilità dell’area delle piazze riguarda anche i passanti, in particolare anziani, che usufruiscono del centro, o vorrebbero farlo, al di fuori del “rito dello spritz” e che incontrano, a causa dell’assembramento, difficoltà a farlo.

3) E’ vero che il radunarsi di molti giovani può rappresentare, per il centro storico e per la città, un fenomeno positivo. Ma un uso così intenso ai fini del divertimento e dello svago è anche il frutto del decadimento e della “semplificazione” urbanistica di cui il centro storico è stato vittima negli ultimi decenni. “Espulsi” per ragioni economiche residenti e botteghe, assistiamo al trionfo di banche e bar: la complessità sociale ed economica che costituiva la qualità urbana del centro storico è solo un pallido ricordo. La “semplificazione” urbanistica conduce alla monofunzionalità. Il centro è divenuto così luogo deputato principalmente al loisir, allo svago e al godimento, da parte dei turisti e dei residenti delle periferie, della qualità monumentale e architettonica che abbiamo, forse immeritatamente, ereditato. Questa “monofunzionalità” è quella che si augurava, non molti anni fa, un “consigliere del principe” non certo di sinistra (per come concepisce il sottoscritto la sinistra) come Paolo Feltrin.

4) La liberalizzazione delle licenze commerciali, sciagurato provvedimento di matrice neoliberista promosso dal ministro diessino Bersani durante il primo governo Prodi, ha tolto la possibilità all’amministrazione pubblica di governare il commercio. E’ così che, nel giro di un decennio, nell’area delle piazze, si sono moltiplicati i bar, e nell’area del ghetto, nel giro di pochi metri, ne incontriamo una decina. Il provvedimento che impone degli orari di chiusura ai bar, efficace o meno rispetto all’obiettivo di offrire una tregua ai residenti, non è altro che il tentativo di limitare l’esercizio economico rispetto ad un interesse generale, in questo caso la quiete, come previsto peraltro dalla nostra Costituzione. La protesta dei baristi in nome del “libero commercio” mira, fondamentalmente, a difendere degli interessi privatistici che, dal punto di vista sociale, risultano alquanto egoistici. Per questo motivo mi sembra una posizione contraddittoria quella di chi, da sinistra, l’appoggia e contemporaneamente condivide, giustamente, la lotta contro lo strapotere della logica economica nel governo del mondo.

5) In tutto il dibattito che ha accompagnato la questione “spritz”, il tema della socializzazione è stato spesso confuso con la questione del consumo: temi che, anche se spesso coincidenti nella quotidianità, dovrebbero, concettualmente, essere separati. Chi difende l’opportunità dei giovani di socializzare nelle piazze non dovrebbe a mio parere, nelle argomentazioni, far sì che questo coincida con la possibilità di acquistare merci dopo un certo orario: altrimenti di che parliamo quando protestiamo contro la mercificazione della vita?

Mi fermo qui, sperando che tutti i soggetti a cui rivolgo queste riflessioni – dallo Sdi ai Verdi, da Rifondazione e ai Centri sociali – colgano lo spirito propositivo di queste critiche, senza peraltro prenderle troppo sul serio. Sappiamo tutti, infatti, che la questione “spritz”, contrariamente a quanto appaia leggendo i giornali, non è tra i dieci problemi, e forse manco tra i venti, più urgenti e gravi di cui soffre questa città.

2006 – il Mattino