Il conflitto sull’insediamento o meno, con tanto di proposta di referendum leghista, della moschea in via Longhin era troppo limpido per poterlo sopportare: c’era proprio bisogno dell’intervento dell’assessore Ivo Rossi che sparigliasse le carte con il risultato di riuscire a peggiorare, e ce ne vuole, il livello, già esecrabile, della contesa.

Rossi ha proposto di aggiungere a quello leghista, un altro referendum che chieda ai padovani – cito da dichiarazioni riportate dalla stampa – “se preferiscono che la casa di preghiera venga realizzata tra l’argine e lo scaricatore, oppure in uno dei sei quartieri cittadini, magari a due passi dalle loro case”.

Rossi precisa ulteriormente il suo pensiero argomentando:”la soluzione di situare la moschea vicino al termovalorizzatore (sic!) è il frutto di una scelta precisa: garantire ai fedeli islamici un sede dignitosa per il loro culto e allo stesso tempo essere sicuri che la localizzazione dello stabile non vada ad incidere sulla qualità della vita dei residenti”.

Vorrei, il più pacatamente possibile, argomentare la mia totale avversità a questa proposta che giudico, nello spirito e nella lettera, più escludente e discriminatoria di quella della Lega.

L’apertura di un luogo di preghiera islamico è concepito da Rossi alla stregua di un impianto inquinante da confinare lontano dalle case e dal consorzio civile da realizzare “tra l’argine e lo scaricatore”. Viene quindi dato per assodato quello che nemmeno la Lega, e comunque non tutti i suoi esponenti, dice con così disarmante chiarezza: la moschea è un pericolo e come tale va considerata. Il fatto che apra in via Longhin – “vicino al termovalorizzatore” riesce a dire Rossi, forse senza rendersi conto del pessimo gusto dell’immagine, ma l’eventuale inconsapevolezza non ne attenuerebbe la sconcezza – è una scelta non tesa a rendere sostanziale il riconoscimento della libertà religiosa, ma di “riduzione del danno”, visto che, come argomenta Rossi, comunque gli islamici potrebbero installarsi – “orrore” – autonomamente da altre parti; meglio quindi confinarli.

Il nucleo portante dell’operazione di Rossi è nello spostare il conflitto dal “si o no alla libertà religiosa”, ad un altro piano:“l’apertura di una moschea è cosa in sé negativa che tutti noi eviteremo volentieri: visto che c’è allontaniamola il più possibile”.

Le conseguenze di questa oscena (scusate, non trovo davvero altri modi di definirla)  operazione politica sono, a mio avviso, sostanzialmente tre:

1)   legittimare definitivamente la criminalizzazione dei credenti islamici avvallando, anche da sinistra, le tesi islamofobiche della Fallaci e rendendosi responsabile di aiutare la città a precipitare in un conflitto di civiltà per ora latente.

2)   depotenziare la carica positiva del conflitto prospettato dall’indizione referendum leghista. Il dibattito referendario avrebbe potuto, nello svolgersi, dare l’opportunità ai cittadini padovani di chiarirsi le idee, accantonare pregiudizi e conoscere la realtà islamica di questa città. Insomma fare i conti con il mondo che cambia.

3)   Solleticare le paure e l’egoismo sociale proponendo il dispositivo dell’allontanamento dal consorzio civile, considerato in sé ordinato e pacificato, dell’elemento perturbatore esterno. Un dispositivo ampiamente utilizzato – normalmente dalla destra, ma tant’è – che riesce solo a comunicare la presunta necessità di doverci chiudere in piccoli mondi asserragliarti mentre il nemico è alle porte.

4)   Sottrarre il dibattito dal piano dei principi – la libertà religiosa, appunto – per riportarlo a quello delle convenienze e degli umori, lo stesso in cui si sta dibattendo quella cosa inqualificabile e inguardabile che è diventata la politica italiana e in cui, Rossi, evidentemente, si muove a suo agio. Meglio strizzare l’occhio all’elettorato potenzialmente leghista che prendersi la briga, magari studiando, di convincere e persuadere della giustezza e saldezza dei propri principi. Una “furbata” politicista per farsi accettare da cittadini spaventati e confusi – o decisamente razzisti -, stemperando identità politiche e posizioni etiche, lisciando il pelo del gatto facendosi acclamare a tutti i costi, da qualunque pubblico, fino a rendersi spaventosamente irriconoscibili.

Questa tattica, già ampiamente utilizzata dagli strateghi del Pd, ha spalancato le porte a Berlusconi a palazzo Chigi e ad Alemanno a Roma.

L’unica consolazione è la certezza, avvalorata dalle ultime elezioni, che la generazione e la genia dei politici “alla Rossi” (vedi Rutelli e Veltroni), dopo aver abbruttito per un paio di decenni la politica di questo paese, nel giro di poco scomparirà come neve al sole. Sempre troppo tardi.

aprile 2008 – il Mattino