“Sorvolando la laguna mi sono convinto della bontà del Mose”. Appena atterrato, quest’estate, nel nordest, per l’”avvincente” campagna per la leadership del Partito democratico, Enrico Letta, l’eterno “enfant prodige” della politica italiana, ha dettato la linea: dopo un veloce sguardo dall’elicottero ha potuto riassumere la complessa e millenaria storia della laguna, i saperi e le culture d’acqua che la custodiscono, la tragica storia di questi decenni e le devastazione che la cultura sviluppista [la sua cultura] ha irrimediabilmente arrecato a questo scrigno dei tesori che è [ancora] la laguna di Venezia. “Il Mose è cosa buona e giusta” ha concluso Letta, con buona pace per chi, qui, sulla terra e sull’acqua, in tutti questi anni ha studiato e ricercato, lottato e ragionato per la salvaguardia di Venezia e, inevitabilmente insieme, della sua laguna.

E’ lo sguardo dei potenti, o aspiranti tali, quello che banalizza, semplifica, poco curioso delle storie e delle culture – poco curioso, in definitiva, della ricchezza della vita – e che riduce il territorio – i luoghi di vita di ciascuno di noi – ad un supporto amorfo delle proprie aspirazioni di potenza, accumulo e ricchezza. Ed è proprio con questo sguardo, uno straordinario impasto di arroganza, superficialità ed ignoranza, che si è letto e costruito il “modello nordest” in questi decenni.

Il numero speciale di CartaQui Estnord – confezionato in occasione del forum di Sbilanciamoci, l’appuntamento dell’altra economia che quest’anno si terrà proprio a nordest, a Marghera tra il 6 e il 9 settembre – che avete in questo momento tra le mani, è un tentativo di elencare e raccontare alcuni temi a nostro parere essenziali – ne è venuto fuori, alla fine, un dodecalogo – per provare a costruire su questo complesso mosaico territoriale e sociale, un altro sguardo, possibilmente più colto, sensibile e ragionevole. Provando così a “sbilanciare”, fin quasi a rovesciarlo se occorre, il nordest.

In una terra che ha fatto della crescita l’alfa e l’omega della propria identità non poteva essere che la decrescita il primo tema della nostra “agenda”. Paolo Cacciari, che della decrescita è buono e bravo maestro, ci ha raccontato i mille tentativi, spesso nascosti e ignorati, di costruire, tra difesa della biodiversità e nuovi stili di vita, un’altra economia. Ma se questi piccole gocce di civiltà rimangono ignorate dai grandi media e dalla grande politica, nessuno è riuscito ad nascondere o mistificare la battaglia contro il Dal Molin a Vicenza, città che è divenuta, come ci racconta su queste pagine Gianfranco Bettin, il punto nevralgico del nordest racchiudendo in sé i nodi conflittuali della convivenza in queste terre. Convivenza sempre più spesso attraversata da vitali conflitti per i beni comuni, lo chiariscono bene Valter Bonan, quando ci parla dei movimenti per l’acqua, e Francesco Vallerani che ci racconta come, paradossalmente, proprio in questa terra costipata da capannoni, stanno fiorendo, tra agguerrite e numerose minoranze, desideri di bellezza e volontà di preservare i paesaggi di cui, solo qualche anno, era contagiato solo qualche solitario eretico. Persino qui, terre di lega e di destra, i movimenti, alcune rare e preziose volte, non sono soli, e accorte amministrazioni locali compiono buone opere come nel caso di Marghera, dove la Provincia, e il suo assessore all’ambiente Ezio Da Villa, avvia la bonifica della terra dai veleni accumulati in questi decenni di follia industrialista, alludendo così ad un futuro per un luogo segnato dal declino, dai crimini in nome del profitto e dalla dismissione.

E anche a nord, tra i balconi fioriti del Sud Tirolo/Alto Adige, nel luogo che della pace sociale ha fatto religione civile, scrive Alessandra Zendron, serpeggia dissenso e mobilitazione contro l’insensato procedere delle grandi opere – la Tav che anche lì, come in Val di Susa, dovrebbe bucare la montagna – e si va costruendo, con la difesa dei beni comuni, una società civile meno costretta dalle gabbie etniche. Gabbie etniche che hanno segnato anche la storia di Gorizia, l’estremo est del nordest, città un tempo ricco crocevia di differenze e oggi ancora ferita dalla follia nazionalista: ricostruire la complessità della convivenza è un modo di ridare vita, non solo mercantile, scrive Andrea Bellavite, alla città. Complessità della convivenza che troppi imprenditori della paura – Flavio Tosi a Verona e Giancarlo Gentilini a Treviso sono i più vistosi, ma attorno ai loro insegnamenti si accalcano in molti – cercano, efficacemente, di devastare, ma che qualche illuminato amministratore, come l’assessora veneziana Rita Zanutel che abbiamo intervistato, cercano caparbiamente di rafforzare. Ma se questa è, per eccellenza, terra dell’impresa, dov’è il lavoro, qual è la sua condizione? Devi Sacchetto, giovane ricercatore universitario, ci ha condotti ad esplorare un universo fatto di antiche e nuove alienazioni che convivono. Il nordest è un mondo che sembra tenere insieme passato – il lavoro alla catena e vecchie vessazioni – e, precario futuro senza contraddirsi. Ma di questa vitalità sociale, complessa e contraddittoria, che se ne fa la Politica? La domanda attraversa tutti le riflessioni contenute in questo numero, ma viene affrontata di petto dai nostri amici trentini, Elisa Bellè e Agostino Catalano, che danno l’allarme: in Trentino come nel resto del nordest, è possibile la scomparsa della sinistra se rimarrà impermeabile ai sommovimenti sociali e allo sforzo di interpretare cambiamento.

“Sbilanciare” lo sviluppo di queste terre parrebbe un compito immane, ma sembrano accumularsi le energie – rinnovabili come raccomanda Erasmo Venosi nel suo documentato articolo – per sostenere lo sforzo, o almeno provarci. Chi pretende di parlare dall’alto – fosse pure, ridicolmente, da un elicottero – non la racconta giusta. E’ solo qui, dal basso, che possiamo auscultare gli attesi e profondi sommovimenti che questa terra non manca, a Vicenza e dintorni, di riservarci.

Carta – speciale Sbilanciamoci – settembre 2007