Anche nel nordest operano le mafie. Dopo la recente inchiesta sulla finanziaria Aspide legata alla camorra e l’arresto di 25 persone  la questione ha fatto irruzione nel dibattito pubblico. Motivo in più per mettere in ordine alcune [7] riflessioni supportati da alcune [buone] letture.

1) «I fenomeni di criminalità organizzata per affermarsi e diffondersi devono trovare condizioni favorevoli nell’ambiente sociale e istituzionale» [Rocco Sciarrone]. Partiamo da qui. Quali sono le condizioni favorevoli di cui parla Sciarrone? Nel caso Aspide fortissima è stata l’omertà tra gli imprenditori taglieggiati, come ha fatto notare Sandro Mangiaterra sul Mattino di Padova: «a fronte di 132 società ‘strozzate’, le denunce si contano sulle dita di una mano». E non è mancato il supporto all’interno dell’organizzazione di persone del luogo, un elemento da tenere in forte considerazione. «I mafiosi, per espandersi in una nuova zona – sottolinea Sciarrone – devono trovare dei punti di accesso nelle maglie dei sistemi d’interazione. Questi punti di accesso possono essere rappresentati dalla presenza nel contesto di persone «affini», le cui reti d’interazione possono fungere da testa di ponte per avviare la penetrazione mafiosa».

2) Sono queste le mafie? E’ così che operano? Aspide e il suo modus operandi – una gang specializzata nell’usura e nel «recupero crediti» amministrato con grado elevato di violenza – rischia di consegnarci un immagine distorta, o stereotipata, dell’insediamento delle mafie a nordest.

L’ha notato un politico attento come Alessandro Naccarato: questo non è il comportamento «standard» delle mafie nei territori di nuovo insediamento. Innanzitutto perché non c’è un comportamento standard e poi perché accade, ed è accaduto anche in Veneto, che si stabiliscano delle alleanze opportunistiche tra imprenditori e organizzazioni mafiose: non delle sanguisughe che aggrediscono le vittime, ma piuttosto delle partnership commerciali. «Sono consistentemente aumentate le occasioni, le forme e le opportunità di reciproca integrazione con la società civile che hanno offerto non solo nuove opportunità di occupazione per criminali professionisti ma anche prodotti e servizi ai cittadini» scrive Alessandro Dino. Le mafie possono far comodo, possono risultare alleati potenti negli affari e i soggetti economici locali non sono sempre vittime, ma volenterosi alleati [ricordiamo le aziende del nord coinvolte nei traffici di rifiuti o l’imprenditore Claudio Toffanello socio in affari con l’avvocato del clan Lo Piccolo].

La ricettività comporterebbe la possibilità per le organizzazioni mafiose di radicarsi all’interno di nicchie ambientali individuabili, e superare l’occasionalità di alleanze per affari, esplicitando così la potenzialità politica – il dominio del territorio – propria delle mafie. La prospettiva, sperimentata in Piemonte e Lombardia è di un salto [se non è già, in realtà avvenuto]: da un’attività delle mafie occasionale e concorrenziale o collaborativa con altri soggetti criminali operanti nell’area veneta, a quello di un sostanziale dominio all’interno di alcune nicchie ambientali, di alcuni settori economici, sviluppando forte capacità di interlocuzione con settori sociali diversificati [imprenditoria, finanza, professioni, politica].

3) Le mafie come dei virus che attaccano un corpo sano? La «retorica del contagio» è la più potente immagine usata per spiegare l’insediamento   delle mafie nei «nuovi» territori. L’utilizzo di questa immagine deve il suo successo al fatto che scagiona la società locale dalla responsabilità delle penetrazioni mafiose. La mafia nel mondo del caos criminale e dell’esotismo etnico rassicura coloro che a quei mondo si sentono estranei. Ci ricorda Isaia Sales come: «l’ipotesi etnica per cui i meridionali e i siciliani in particolare sarebbero portatori congeniti del virus mafioso non era semplicemente falsa ma è stata la copertura ideologica preferita dall’organizzazione per nascondersi tra le pieghe della società civile».

4) Le mafie non usano solo le minacce e i protagonisti non sono dei «malavitosi», non c’è bianco o nero. Occorre ristrutturare le nostre lenti: «le mafie tentano d’imporre il loro modello: quello dell’economia mafiosa – scrive Jean – Francois Gayraud [Divorati dalla mafia. Geopolitica del terrorismo mafioso] -, una mutazione che non può essere ridotta a una semplice economia criminale illegale e/o informale. Si tratta piuttosto di una specie mutante, ibrida, meticcia, che sfuma il confine tra l’economia sana e criminale: un nuovo sistema economico, un’economia grigia, intermedia, che opera una saldatura tra l’universo legale e quello illegale». Le mafie sono organizzazioni specifiche nate e sviluppatesi in determinati contesti, il loro insediamento in contesti nuovi porta ad una modificazione della loro natura «facendo prevalere la dimensione d’impresa rispetto a quella di ‘società segreta’» [Sciarrone]. D’altronde le possibilità di trovare forme e luoghi dove far convivere pacificamente economia legale ed economia criminale si sono moltiplicate, potendo fruire del contributo di camere di compensazione istituzionali o para istituzionali interessate all’accumulazione e alla speculazione finanziaria [Alessandro Dino].

5) Se tutto è grigio, dove le ritroviamo le mafie? «Nella sfera legale dell’economia vengono privilegiati, […] i in settori ‘protetti’ – sottolinea Sciarrone – ossia legati a forme di regolazione pubblica dell’economia, caratterizzati da regolazione ridotta e da situazioni di rendita [attività commerciali, società immobiliari, servizi alle imprese e alle famiglie e, più in generale, i settori delle infrastrutture e dei servizi pubblici]» [vedi qui. «In generale i beni pubblici – scrive Carlo Donolo – risultano essere un terreno di caccia privilegiato e insieme un caso di successo per il crimine organizzato». Ed è sempre Donolo a segnalare come siano gli appalti «il vero e proprio laboratorio per cogliere in nuce la costruzione di tutte le condizioni che permettono all’illegalità di prosperare».

6) Le mafie come specchio? Gli attori criminali come le mafie sono nello stesso tempoun potente rilevatore e uno specchio che deforma e ingrandisce i caratteri negativi della nostro tempo e del nostro territorio. , soprattutto, segnalano, in controluce, i cambiamenti avvenuti nella società in cui si radicano. In definitiva le mafie possono essere utilizzate come sensori della qualità sociale: la loro presenza e pervasività dicono molto dello stato di salute della nostra convivenza. Questo rovesciamento di visuale permetterebbe di ridefinire il problema: non tanto l’«assalto» – come titolano i giornali – di una forza esterna [la piovra], ma l’incontro e il radicamento di un modus operandi che riguarda anche noi [società veneta] il nostro rapporto con i beni comuni, con gli altri e con la società. La nostra crisi è il punto da cui partire per parlare delle mafie. D’altronde sottolinea Ada Becchi come «i fattori che consentono la formazione della criminalità organizzata non sembrano dunque derivare, e non in parte, dal mondo criminale, ma piuttosto da malformazioni, disfunzioni o incrinature delle istituzioni e delle regole del gioco».
Anomia – assenza di regole – è il concetto che Paolo Perulli e Angelo Picchieri mettono al centro nel loro ultimo studio. La società del nord è affetta da anomia – raccontano – originata dalla «pressione individualistica e dalla mobilitazione particolaristica degli interessi». Più in generale è nell’espansione del carattere finanziario e speculativo del capitalismo settentrionale che viene rintracciata, dagli studiosi, una causa dell’espandersi dell’influenza delle mafie.

7) E la politica? La mafia non si accontenta di dominare il mondo criminale, ma si prefiggono, anche l’obiettivo di entrare a far parte dell’élite sociale, allontanandosi dai margini della società per poter accedere al cuore del sistema legale. «La specificità della mafia rispetto ad altre organizzazioni criminali sono state in genere rinvenute nei legami con la politica e nel condizionamento delle istituzioni» [Sciarrone]. Clodovaldo Ruffatto, Pdl, presidente del consiglio regionale del Veneto, è stato per dieci anni socio di Franco Caccaro, l’ex titolare della «Tpa Trituratori» di Santa Giustina in Colle [Pd] descritto come «il nostro ufficio al nord» da alcuni pentiti della camorra e in affari con l’imprenditore, legato ai casalesi, Cipriano Crianese.

Il negazionismo di una parte della politica veneta [Giancarlo Galan che critica i giornali per i loro titoli «terroristici» all’indomani dell’arresto dell’avvocato dei Lo Piccolo residente a Padova o il sindaco leghista di Peschiera del Garda che nega la presenza delle mafie nel suo territorio dopo l’arresto per usura ed estorsione di tre affiliati al clan camorristico Licciardi] sono solo una piccola parte, forse la più inoffensiva di una generale incapacità di intravedere le modificazioni che stanno avvenendo. Il dispositivo retorico più devastante sia quello utilizzato, ad esempio, da Luca Zaia che fa un discorso di questo tipo: le infiltrazioni mafiose ci sono, sono pericolose e vanno combattute perché minacciano «il tessuto sano dell’imprenditoria veneta». Viene così utilizzato a piene mani la metafora assolutoria del contagio.
D’altronde il problema è il tipo di rapporto che la politica intrattiene con gli interessi particolari: nell’indagine sulla corruzione della guardia di finanza e sul sistema di evasione di decine di imprenditori del vicentino [vedi qui] è emerso che uno dei protagonisti della cricca invocava un’interrogazione parlamentare ad hoc che mettesse a bada la magistratura. L’interrogazione da parte di parlamentari leghisti ci fu. La politica è un semplice strumento di facilitazione degli affari? Se è questo – la tesi verrebbe suffragata dall’opinione di diversi politologi [Marco Almagisti, Patrizia Messina] che hanno studiato il ruolo della politica nei confronti dello sviluppo economico del Veneto – vi sono tutte le condizioni perché la politica contratti con diversi affari e di diversa natura. D’altronde il problema principe è la crescita comunque, o no?

Per chi si pone il problema della lotta alle mafie in questi territori è fondamentale uscire dalla «sindrome dell’autore» [Ernesto Savona] pensando cioè che arrestando gli autori si possa ridurre la criminalità, concentrando l’attenzione sulla propensione degli individui invece che sulla cura dei luoghi e dei contesti dove i crimini attecchiscono [assecondando così le più reazionarie visioni criminologiche oggi trionfanti]. Ha ragione Enzo Ciconte: la politica securtaria della Lega ha oggettivamente aiutato l’insediamento delle mafie.
E’ la mancanza di fiducia nella possibilità di convivenza e cambiamento collettivo che produce la caduta delle inibizioni rispetto alle pratiche dominanti ed illecite [Carlo Donolo]. Una società resa insicura, frammentata, popolata di individui spauriti e rassegnati è che ciò che serve alle mafie [e al liberismo predatorio che le somiglia] per operare serenamente.

Aprile 2011 Carta Estnord

Ada Becchi, Criminalità organizzata. Paradigmi e scenari delle organizzazioni mafiose in Italia, Donzelli, Roma, 2000
Alessandro Dino [a cura di ], La criminalità dei potenti e metodo mafioso, Mimesis, Udine, 2009
Carlo Donolo, Disordine. L’economia criminale e le strategie della sfiducia, Donzelli, Roma, 2001
Jean – Francois Gayraud, Divorati dalla mafia. Geopolitica del terrorismo mafioso, Elliot,  Roma, 2010
Paolo Perulli, Angelo Picchieri [a cura di ], La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società al nord, Einaudi, Torino, 2010
Rocco Sciarrone, Mafie vecchie e mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 2009
Ernesto Savona, Riflessioni sulla criminalità dei colletti bianchi dopo la crisi dei mutui subprime in Alessandro Dino [a cura di ],  op.cit.