Vi sono due dispositivi retorici che l’attuale amministrazione sta usando per modificare, in peggio, le modalità di convivenza e l’uso degli spazi pubblici in città: il decoro e la sicurezza.

Il primo dispositivo, di cui si fa promotrice il sindaco, ha effettivamente dei contorni quasi ridicoli ma gli effetti ideologici non sono per nulla banali. La prima preoccupazione è il decoro: non deve permanere una tenda nel Piazzale della Prefettura perché rende indecorosa la città e disturba la vista ai turisti. Sempre all’insegna del decoro, e non di una politica sostenibile dei rifiuti, devono sparire i cassonetti della spazzatura e si medita, per ora con scarsi risultati, su come allontanare chi assume comportamenti non conformi, “non sa comportarsi”, dalle piazze.

Il Sindaco affronta la città come dovesse metter in ordine casa propria, senza accorgersi di quale panottico e angosciante incubo sia costituito il suo proposito. Come in ogni salotto che si rispetti gli elementi non armonici, non riposanti, non ordinati vengono comunque fatti sparire. Ma il Sindaco non si accorge di come il luogo pubblico non sia un luogo privato un po’ più grande del proprio salotto, ma uno spazio altro investito da necessità, caratteristiche e regole proprie. Lo spazio pubblico è spazio dell’imprevedibilità e della liberalità: non un estensione del rifugio domestico.

Il secondo dispositivo, dalle evidenze ideologiche più forti, è il tema delle sicurezza di cui si fa promotore Saia. La campagna “tolleranza zero” è approdata ufficialmente a Padova con questa Amministrazione, anche se qualche anticipazione l’abbiamo avuta con la Giunta precedente (il provvedimento sulle telecamere è firmato da Zanonato). Questo approccio al fenomeno dell’insicurezza urbana poggia su alcuni assunti semplici quanto menzogneri:

1)   la paura urbana deriva unicamente dalla minaccia della microcriminalità

2)   la microcriminalità si combatte militarmente con pratiche sempre più dure e con il controllo costante e militare del territorio

3)   questa lotta è una priorità su qualsiasi altra istanza perché “la criminalità dilaga”

4)   la criminalità trova terreno ove attecchire in qualsiasi situazione, anche lieve, di disordine, rispetto all’ordine prestabilito, che dovrà con decisione essere represso

Il fatto che questi assunti non siano stati dimostrati, ed anzi in larga parte contraddetti ( tra gli altri Loic Wacquant 1999; Eric Klinenberg, 2001; Salvatore Senese, 2001; Enzo Mingione 2001; Francesco Carrer 1998), non turba l’assessore/deputato Saia che ha fatto di questa, disastrosa, ricetta il suo cavallo di battaglia. Non è disponibile a farsi ragionevolmente contraddire perché la sua è un impostazione prettamente ideologica.

Gli esiti di questi due approcci alla convivenza urbana sono comunque coincidenti: il diverso, il differente, ciò che turba l’ordine deve venire rimosso.

Un unico approccio che cozza con le caratteristiche fondamentali che le città dell’occidente hanno assunto nella storia: l’anonimato offerto dalle brulicanti città mercantili è stato il rifugio che ha permesso il costituirsi di nuove convivenze in antitesi con le rigidità della società feudale.

Scrive magistralmente Richard Sennet ”le città hanno il potere di trasformarci in esseri umani più complessi. In una città si può imparare a vivere fianco a fianco con persone sconosciute, a condividere esperienze e interessi a noi non familiari. L’uniformità ottunde la mente, la diversità la stimola e la espande”. Saia e la Destro, partendo da assunti parzialmente diversi, vogliono entrambi cercare l’omogeneità e l’uniformità, chiamandola poi decoro o ordine, e comunque ridurre la complessità che una città culturalmente e socialmente ricca non può che contenere.

Non si ritratta di  buonismo o del solito inno alla tolleranza: conviene a noi, e al nostro senso estetico, che le città siano ancora luoghi di sorpresa e meraviglia e non solo l’ ordinato ammasso di decorosa paccottiglia. Non è questione che riguardi solamente i “militanti” o gli “operatori sociali” ma di chiunque pensi, ragionevolmente, che sia piacevole sorpresa incontrare un luogo di riunione come la tenda della pace davanti alla Prefettura o un improvvisato comiziante lungo il liston. O che sia dolorosa, ma necessaria, sorpresa incontrare individui che praticano stili di vita radicalmente altri dai nostri: o forse vogliamo rinchiuderli in decorose cliniche come polvere da nascondere sotto il tappeto del salotto?

I nostri amministratori vogliono ridurre la città ad una ordinata caserma (Saia) o ad un decoroso salotto (Destro) perché inadatti ad accettarne la complessità: non lasciamoli all’opera indisturbati.

2005 il Mattino