Incontriamo, Petros Markaris, il celebre giallista greco, a Vicenza
ospite della piccola e preziosa rassegna letteraria «Libriamoci» dove
ha tenuto una affollata e partecipata conferenza. Ci aiuta
nell’intervista il traduttore italiano di Markaris, Andrea Di
Gregorio. Non comprendiamo il greco, ma ascoltare la voce tonante,
osservare i grandi gesti e il grande impeto, appassionato al
discorrere di politica e letteratura ci riporta ai tavolini di un
qualsiasi caffè della Grecia dove i pomeriggi trascorrono in
interminabili discussioni e dove – come amano dire i greci con
impareggiabile autoironia – «si parla con passione come se si dovesse
ogni volta risolvere la crisi di Cipro».
E’ uscita di recente in Italia, per Bompiani, la sua autobiografia,
«Io e Kostas Charitos», in cui Markaris ripercorre i motivi della sua
produzione letteraria e la sua storia vissuta a cavallo di culture e
origini diverse: nato a Costantinopoli tra la minoranza greca, una
famiglia di origine armena, trasferito presto ad Atene, cultore, e
parlante, di molte lingue.
Decidiamo di partire da qui per l’intervista nel corso della quale
Markaris ci rivelerà, in anteprima, di aver appena concluso il suo
nuovo giallo. Protagonista l’ispettore Charitos e la crisi greca.

Leggendo il suo ultimo libro, l’autobiografia, viene svelato il perché
della passione di Charitos, il protagonista dei suoi gialli, per i
vocabolari, che il personaggio ama leggere per rilassarsi. E’ evidente
il suo amore per le lingue e l’attenzione alle traduzioni. Leggevo
recentemente che alla fine dell’ottocento fiorirono diversi tentativi
di elaborare una lingua universale, tra cui il più conosciuto è
rimasto l’esperanto. Oggi invece assistiamo ad un processo opposto ed
è il rifiorire delle lingue locali. Che ne pensa?

In realtà si tratta di due cose processi complementari. Per
distruggere qualcosa prima devi metterlo insieme. Qualcosa che è già
scomposto non puoi ulteriormente scomporlo. Nel diciannovesimo secolo
il tentativo di costruire una lingua universale è stato il tentativo
di dare a tutti, e non soltanto alle persone che entravano a contatto
con altre lingue, uno strumento universale di conversazione. D’altra
parte la lingua di arricchita in due modi: da una parte c’è l’apporto
dei dialetti, cosa che vediamo ad esempio con il tedesco in Germania,
ma che non esiste in Grecia dove i dialetti sono stati eliminati
attraverso la loro messa in ridicolo, era additata come la lingua
degli ignoranti e degli stupidi e così è scomparsa. L’unica zona dove
ancora si parla un dialetto in Grecia è Cipro che è rimasta isolata.
L’altro elemento è il contatto con le lingue altre. La domanda che uno
può farsi rispetto all’influsso delle lingue straniere è:
arricchiscono la lingua nel momento in cui entrano in contatto oppure
c’è un adeguamento e un impoverimento. Faccio un esempio: in inglese
si dice ‘take care’ per dire abbi cura di te e in Grecia i giovani
dicono ‘stai attento’ – come dire guarda a dove vai – ed è il frutto
di una traduzione sbagliata di ‘care’. Si tratta di un adeguamento
della propria lingua ad un altra lingua. Si tratta di una questione
anche di democrazia, la questione della lingua riguarda le democrazia.

Assistiamo in questi anni alla enorme diffusione della letteratura
poliziesca. Lei nel libro segnala come il poliziesco sia divenuto uno
strumento di denuncia sociale e quindi un campo privilegiato dalla
sinistra. Non crede d’altro canto, costringersi alla domanda «chi è il
colpevole» ci abitui ad una semplificazione nel modo di vedere la
realtà?

In effetti io dico sempre, e su questo ho sviluppato un’analisi, che
il romanzo poliziesco è un romanzo religioso, perché non esiste un
altro genere per cui alla fine i cattivi vanno sempre puniti, vanno
all’inferno. In realtà però il romanzo poliziesco contemporaneo sta
uscendo dalla mera ricerca del colpevole, anche perché spesso il
colpevole già lo sai, fin dall’inizio. E’ così che diviene centrale il
modo in cui il colpevole agisce nella società. In particolare nel
romanzo poliziesco dell’Europa del sud, il noir mediterraneo, i
delitti vanno configurandosi in tre elementi: il delitto economico,
quello della criminalità organizzata e il delitto politico. Tutti
questi delitti hanno delle grandi ricadute nella realtà sociale.
Faccio un esempio: è incredibile quanto denaro entra a far parte
dell’economia legale nascendo dalla criminalità, ad Atene ci sono
molti ristoranti cinesi e giapponesi molto eleganti e belli e da un
anno all’altro, malgrado vadano bene, chiudono e ti chiedi che cosa
c’è dietro…

A proposito della crisi in Grecia: una doppia domanda, cosa ne pensa
il protagonista dei tuoi romanzi, il piccolo borghese Charitos, e cosa
ne pensa Markaris?

Per quel che riguarda Charitos devi portare un po’ di pazienza perché
il romanzo che ho terminato proprio questa mattina, parla proprio di
questo. E’ un romanzo che ha come oggetto la crisi, è stato scritto
durante la crisi e in ogni dettaglio la crisi è presente. Per quel che
riguarda la mia opinione penso che la crisi abbia due aspetti e uno
sia squisitamente greco. Su questo ho una mia teoria: il popolo greco
era un popolo povero con una eccezionale «cultura della povertà».
Questa cultura ha prodotto dei risultati straordinari, poeti come
Seferis, uomini di cinema come Anghelopulos sono figli di questa
cultura. La cosa interessante è che fin a quel momento lo stato non
finanziava per nulla la cultura. Dal 1981 da quando è arrivato
Papandreou e i socialisti al potere, alla cultura sono arrivati
moltissimi soldi, e guarda caso da allora non è stato prodotto più
nulla di nuovo. Perché? C’è stato un abbandono della civiltà della
povertà ed è arrivata una civiltà della ricchezza in Grecia non
sappiamo come gestire. La crisi è una crisi della civiltà della
ricchezza. Forse la Grecia dovrebbe tornare di nuovo alla civiltà
della povertà per tornare a costruire questo discorso sulla ricchezza
in maniera diversa, più sensata.
L’altro elemento è una serie di errori dell’unione europea dettati
dall’ignoranza, infatti il governo centrale europeo non sa qual’è il
modo di agire e di pensare di molte nazioni dell’europa come quelle
del sud. Ad esempio tutti i vari consulenti delle strutture economiche
centrali hanno tutti le migliori disposizioni nei confronti della
Grecia però non sanno come ragiona un greco. Il fatto è che i tedeschi
stessi non conoscono l’Europa. La Germania non mai stata dentro
l’Europa, o meglio lo è stata mantenendo la mentalità tedesca. I
tedeschi sono convinti che quando tutta l’Europa farà come fa la
Germania l’Europa si salverà, ma non è possibile perché in Europa ci
sono anche altre mentalità.

Un esempio di buon senso, e di cultura della povertà, è rappresentata
da Charitos con la sua vecchia e scassata Mirafiori che si ostina a
mantenere….In Grecia ci sono riserve di buon senso che possano far
sperare nel cambiamento?

Anticipo che in quest’ultimo romanzo Charitos cambierà la macchina
[ride]… in effetti c’è una grande riserva di buon senso nel paese,
una grande quantità di persone che tutte le mattine si alzano e fanno
un gran lavoro e reggono sulle spalle le sorti dell’economia. Il
paradosso è che sono le stesse persone che stanno pagando il prezzo
maggiore della crisi.

Se non è la Germania forse può essere proprio la Grecia, con la sua
caratteristica di ponte tra oriente e occidente, a riscattare l’idea
di Europa?

In realtà no, la Grecia vede l’Europa solo come una fonte di denaro,
che poi non è. Il problema è tutto politico non economico,  il
problema economico nasce come conseguenza del problema politico. C’è
un grosso vuoto politico in Europa perché dovrebbe essere un organismo
unitario ma non riesce a darsi una politica unitaria e l’unica
politica è quella del compromesso che non riesce ad essere una vera
politica. Il problema è che questa crisi collegata al vuoto politico è
il terreno di nutrimento migliore per l’estrema destra in Europa,
tanto è vero che ovunque, dall’Olanda all’Ungheria, dalla Polonia
all’Inghilterra, l’estrema destra cresce. Gli uomini di sinistra non
si rendono conto che nei momenti di crisi l’Europa è andata sempre a
destra, mai a sinistra, al contrario degli Stati uniti. Il grosso
errore è questo mito del “centro” della politica. Il fatto è che il
centro è qualcosa di vuoto, non ha una politica sua e per riuscire a
conquistarlo devi tu rinunciare alle tue convinzioni per andare al
centro, da qui il vuoto politico di cui parlavamo prima.

Oltre al vuoto politico, ci sembra di rilevare un vuoto culturale
nella costruzione europea ancora ancorata alle singole identità
nazionali. La sua biografia di armeno, nato a Costantinopoli,
madrelingua greca potrebbe rappresentare lo spunto per rielaborare
l’identità europea?

Il fatto è che per me è stato un caso, solo che poi ho cercato di
approfittarne, di trarne in qualche modo vantaggio. Il fatto è che
l’arricchimento dell’Europa verrà dagli immigrati, l’Europa deve
capire che se vuole migliorare deve permettere agli immigrati di dare
il loro contributo, cosa che fin’ora non è successa. Finché questa
risorsa non sarà valorizzata non ne usciremo….Non è una mia idea,
cito Saskia Sassen: nel medioevo la società è cambiata grazie alle
grandi migrazioni che hanno provocato la nuova urbanizzazione da cui
poi è nato il rinascimento.  Mi ha telefono oggi un lettore da Palma
di Maiorca e mi ha chiesto di avere due copie della «Balia» perché
voleva regalarlo  a degli amici perché anche in Spagna c’è il
dibattito sul velo delle donne islamiche e voleva leggere agli amici
quel pezzo della Balia in cui la moglie dell’ispettore turco inizia ad
indossare il velo non per imposizione ma per reazione perché tutti
glielo vorrebbero togliere.
A questo punto bussano alla porta, Markaris deve partire in fretta per
prendere l’aereo che lo riporterà in Grecia. Al volo gli chiediamo se
è possibile dire, come Charitos durante le sfuriate di sua moglie
Adriana, «E’ un tempesta, passerà». «No – risponde Markaris, prendendo
le valige – temo proprio che non sarà così semplice».