Il sindaco
Dallo scorso 20 aprile la condanna è definitiva: concorso esterno in associazione mafiosa per
Graziano Teso, 74 anni, entrato nel lontano 1985 in consiglio comunale ad Eraclea, paese di
ventimila anime sul litorale veneziano. Vicesindaco dal 1993 al 1995 e poi sindaco dal 2004 al
2011 e poi ancora vicesindaco dal 2016. Solo il coinvolgimento nel 2019 nell’operazione At Last
della procura veneziana hanno costretto Teso ad interrompere – momentaneamente, secondo
fonti bene informate – il suo controllo sul comune di Eraclea. L’operazione At Last ha coinvolto
50 persone tra la provincia di Venezia, Casal di Principe ed altre località colpendo un presunto
gruppo di camorra presente nel litorale veneziano attivo anche nelle campagne elettorali per
assicurare voti a Graziano Teso o ai suoi sodali.
Teso è stato l’uomo forte di Eraclea durante tutti gli anni del boom immobiliare che trasformeranno il litorale veneto in una pressoché continua striscia cementizia, uno dei più grandi comprensori turistici europei.
Malgrado le particolarità e singolarità di quanto accaduto ad Eraclea, ripercorrere questa storia crediamo possa assumere una valenza più generale raccontandoci qualcosa di altri
insediamenti mafiosi che riscontriamo nel nord del paese.
Qui, nel litorale veneto negli ultimi 50 anni si è assistito ad una imponente mobilitazione degli
interessi in un contesto sociale di piccoli paesi, di una esile e spesso esitante società civile e di
una commistione inestricabile tra interessi della classe politica e del mondo imprenditoriale. Per esemplificare: il nume tutelare che accompagnerà i primi passi di Teso nella politica locale sarà Gino Vigani, presidente di Eraclea Mara spa, la società che riunisce i proprietari delle aree del litorale e che materialmente darà vita all’agglomerato di Eraclea Mare acquistando ed
edificando le aree costiere. Da qui l’imprinting per cui il mestiere di sindaco si confonde con
quello del promotore immobiliare in un intreccio inestricabile di ruoli: i “metri quadri” previsti ed edificati diventano la vera concreta conquista da dare in pasto all’elettorato. Anche qui nulla di strano: la politica, durante i lunghi decenni della crescita, è stata intesa come facilitazione del business indipendentemente dalla qualità dello sviluppo e dei suoi protagonisti.
In Veneto la politica “doveva garantire e sostenere – scrive Patrizia Messina, docente a Scienze Politiche – l’autonomia della società civile locale piuttosto che intervenire rischiando di snaturarne gli equilibri”. Con il farsi strada di un’idea di mercato e di società più competitiva ed individualistica anche la politica si è cristallizzata nella difesa di interessi privati personalistici abbandonando qualsiasi tensione verso una generalità degli interessi. Questa trasformazione della politica ha portato all’emergere del più crudo clientelismo e, spesso, di un vero e proprio traffico dei voti.
Aggiungiamo a questo, il fatto che i cicli di vita della politica locale sono basati su filiere corte, il minor peso dei partiti ha messo in evidenza la solitudine del nuovo ceto politico, la distanza da regole e modelli comuni, il ricorso più frequenti a relazioni amicali e parentali.
Il boss
Ad Eraclea, come in diverse enclave territoriali del nord, è emerso un insediamento mafioso
stabile e continuativo nel tempo capace di attivare contatti e complicità con settori del mondo
politico e imprenditoriale. Una fitta rete di interazioni che comprende anche un certo
radicamento sociale come la sponsorizzazione della locale squadra di calcio o il finanziamento
delle luminarie per Natale. Il gruppo, di cui alcuni componenti sono già stati condannati nel
procedimento abbreviato, era fortemente intrecciato e contaminato da alcuni soggetti autoctoni – imprenditori, dirigenti bancari e professionisti – che contribuiranno in modo decisivo a disegnarne il profilo e le strategie.
Un gruppo mafioso “del nord” e non “al nord”, potremo definirlo sulla scorta delle indicazioni di Rocco Sciarrone, non solo perché questo – come tutti – gruppo di mafia si è alimentato delle
risorse di natura relazionale dei diversi soggetti con cui è entrato in contatto, ma perché
esattamente quelle relazioni hanno contribuito a delinearne il profilo rendendo sfrangiati i confini tra il dentro e il fuori del gruppo stesso e più difficoltoso l’adozione di un frame essenzialista della mafia.
Luciano Donadio, il boss, arriva ad Eraclea negli anni ’90 per lavorare alla costruzione di un villaggio turistico sul litorale e l’edilizia rimarrà fino alla crisi economica della fine degli ’10 il suo settore d’intervento privilegiato. L’edilizia, in virtù delle sue caratteristiche, rappresenta uno straordinaria occasione di “socializzazione” nei territori di nuovo insediamento per i mafiosi. Operare nell’edilizia implica entrare in relazione con una vasta schiera di soggetti
come funzionari comunali, studi di progettazione, banche, politici, professionisti, agenti immobiliari: in qualche modo può significare “entrare in società”. Ed entrare a contatto con la
politica.
Prende così forma l’area grigia delle collusioni e delle complicità che coincide con la
fase più matura del radicamento mafioso nel territorio. Qui entra in gioco, anche al nord, la
storica capacità dei mafiosi di porsi in posizioni nodali nell’ambito di un ramificato sistema
relazionale dove non sempre i mafiosi assumono una posizione preminente. Per esemplificare:
all’interno della rete di relazioni che avviluppa il litorale veneto le aree di influenza sono
delimitate e così si infrange il tentativo da parte di Donadio di agganciare, attraverso i buoni
uffici di Graziano Teso, soggetti forti come l’avvocato Bruno Barel della società Numeria – che
vanta intensi rapporti con la Regione – titolari dell’operazione urbanistica più importante che
riguarda Eraclea. Uno stop che delinea chiaramente i confini dell’operatività mafiosa, almeno in questo contesto: servizi – manodopera per gli imprenditori, voti per i politici -, bancarotte, truffe, ma comunque un gioco di rimessa rispetto a strategie delineate in luoghi altri. Sappiamo che la mafia è fenomeno di classi dirigenti perché intrecciata alle forme del potere e ai processi di regolazione – o meglio di sregolazione – economica. Ma variabili sono forme e gli equilibri in cui l’intreccio avviene.
La crisi e le evoluzioni
Abbiamo visto come la mafia non sia una variabile indipendente rispetto alle dinamiche sociali
ed economiche. In particolare nei territori di nuovo insediamento spesso non vediamo all’opera gruppi mafiosi incentrati solamente sulla logica identitaria, nel repertorio tradizionale e che utilizzano – “sfruttano” – rispetto alla propria strategia di acquisizione di potere le risorse che incontrano. Piuttosto vediamo all’opera formazioni che si sviluppano proprio grazie all’appartenenza ad una zona grigia complessa che influenza in modo decisivo movenze e posizionamenti del gruppo criminale. Non perché – come nel caso del gruppo di Donadio – non si percepisse un’appartenenza ad un mondo criminale con riferimento anche al territorio di provenienza: questa era una componente importante e spesso utilizzata nelle relazioni più o meno tese con altri gruppi criminali – i calabresi – o per consolidare i legami interni. È importante non assolutizzare questa componente che può abbagliare grazie ad una sorta di fascinazione orientalista. Sottolineare soltanto l’agire strategico o la componente identitaria dei gruppi mafiosi non consente di tenere presente come esso sia spesso condizionato da effetti imprevisti che derivano da diversi corsi di azione e, insieme, dalle caratteristiche dei contesti in cui prendono forma e si dispiegano, così come abbiamo visto rispetto al boom edilizio nel litorale.
D’altronde la strategia mafiosa non è immune da crisi. Qui ad Eraclea lo si evince con nitidezza
quando la crisi globale della fine degli anni ’10 travolge il settore edilizio e non risparmia gli affari della consorteria mafiosa guidata da Donadio che sarà costretto a rivolgere con più forza la sua attenzione – oltre agli affari tradizionali, genuinamente illegali intessuti anche grazie ai legami con gruppi criminali autoctoni – verso la fatturazione falsa e gli artifici contabili. In questo accompagnato dalla vitale consulenza di professionisti locali. I mafiosi non solo non sono invincibili, ma soprattutto non sono impermeabili a quanto accade attorno a loro.
Il paese
Un vero e proprio paradigma dell’alterità è la chiave di lettura tutt’oggi prevalente nelle
rappresentazioni comuni della mafia e che ha caratterizzato per lungo tempo le interpretazioni della presenza mafiosa nelle regioni del Nord Italia. Il mafioso è così individuato come un corpo estraneo che attacca un tessuto economico e sociale considerato altrimenti sano. Per quanto riguarda il Nord-est il recente cambiamento nella percezione del fenomeno deriva dalla scoperta che vi sono organizzazioni criminali che si relazionano pacificamente con il corpo vivo della società.
Questi ultimi casi di “mafia a Nord-est” non ci dicono nulla di nuovo sul coinvolgimento di pezzi delle società locali nelle attività dei gruppi mafiosi in Veneto – e appaiono anzi in continuità con quanto emergeva già da qualche tempo. L’eco mediatica che li ha interessati mette però in crisi la strategia rassicurante della Lega e del presidente Luca Zaia, che mira a convalidare il racconto sul Veneto come terra di onesti lavoratori vittime del morbo meridionale. In difficoltà appare però anche la generica chiamata alle armi che interpreta la lotta antimafia come lotta al “male assoluto” e quindi come lotta di ordine etico e morale, che vede il popolo dei “non mafiosi” accomunato da un’unica battaglia, apolitica ed ecumenica.
Qui come altrove, i meccanismi generativi e riproduttivi della mafia traggono invece linfa da un ben preciso sistema economico, sociale e politico.
Jacobin giugno, 2023