Sesa, quattro ragionamenti oltre lo “scoop”

Scandalizzarsi, arrabbiarsi, dubitare, rassegnarsi: le reazioni di fronte all’inchiesta di Fanpage sulla Sesa di Este possono essere molteplici, ma possiamo cercare di svolgere anche alcuni ragionamenti. Qui ne proponiamo quattro.

1) potere. L’impianto di Este della Sesa, oggetto dell’inchiesta di Fanpage, può smaltire sino a 500 tonnellate al giorno di rifiuti, in particolare “organico” e “verde”. Ricevendo rifiuti, incassa in base al peso. Guadagna anche in uscita producendo compost, biogas ed energia elettrica. Un affare d’oro. D’altronde quale azienda in Italia potrebbe impegnare 300mila euro per una campagna di comunicazione? Un’azienda che vive a ridosso del pubblico, ma che è divenuta non solo troppo grande per fallire, come le grandi banche, ma anche troppo grande per essere controllata, troppo influente per subire sanzioni.

2) autorizzazioni. La Regione ha la responsabilità, attraverso le autorizzazioni, di aver lasciato che si accentrasse in unico soggetto una concentrazione così importante di risorse e potere in un settore delicato e di interesse pubblico con evidenti implicazioni ambientali e di salute. Come nota l’avvocato Matteo Ceruti esiste un “modello veneto” dell’amministrazione dell’ambiente dove “l’apparato amministrativo-burocratico regionale, [è] caratterizzato da sorprendenti concentrazioni di potere, meccanismi e prassi di subordinazione al potere politico di delicati organi di alta consulenza tecnica, sino a situazioni di conflitto di interesse, per così dire, ‘istituzionalizzate’”. La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha documentato come tra il 2000 e il 2014 un alto funzionario della Regione Veneto ha rilasciato autorizzazioni integrate ambientali per impianti di gestione dei rifiuti che non possedevano i requisiti di legge. Una vicenda – per dirla con le stesse parole della Commissione parlamentare – che «si inserisce in un contesto di illegalità diffusa, di controlli insufficienti e di carenze sanzionatorie, di cui costituisce la cartina di tornasole».

3) controlli. L’aveva scritto di Sesa a chiare lettere un sindacalista testardo come Salvatore Livorno nel suo libro denuncia: “un’azienda impeccabile, sotto tutti i punti di vista, ma in realtà, al di là dei controlli burocratici che riguardano soprattutto la documentazione che accompagna i rifiuti, nessuno controlla effettivamente ciò che viene scaricato dai tir”. Gli enti locali segnala Livorno dovrebbero controllare totalmente l’attività della società partecipata attraverso il cosiddetto “controllo analogo”, ossia in forma analoga al controllo che l’ente esercita sui propri uffici. Questi enti dovrebbero esercitare il controllo partecipando agli organi direttivi della società, cosa che in realtà non accade mai e ciò rende il controllo dell’ente del tutto inefficace. “Come detto il controllo degli enti pubblici, che è essenziale data la natura del servizio, è oggi del tutto inefficace e va radicalmente ripensato” conclude Livorno.

3) le mafie. Angelo Mandato potrebbe anche essersi rotto le scatole che gli venga continuamente rinfacciato come sia stato socio di Sandro Rossato nella Rossato Fortunato S.r.l. e che Rossato, nel corso degli anni, abbbia creato una fitta rete di società operanti nel settore dei rifiuti stringendo rapporti con imprese private e pubbliche anche legate alla ‘ndrangheta. Ma il tema più generale, aldilà delle relazioni coltivate da Mandato in passato, comunque non penalmente rilevanti, è che assistiamo alla crescente fragilizzazione degli enti locali che faticano a relazionarsi autorevolmente con il soggetto privato. I privati sanno della debolezza del comune ed hanno perciò un potere contrattuale molto forte. Come ha notato un analista come Vittorio Martone: «esternalizzando porzioni crescenti delle utilities e delegando importanti funzioni pubbliche ai privati coinvolti in aziende a «capitale misto», gli enti locali rischiano sempre più di mostrare il fianco alla criminalità organizzata di tipo ecomafioso». Una tendenza che porterebbe “alla normalizzazione dell’attore mafioso nella governance del territorio, considerato come uno stakeholder (più o meno occulto) della politica ambientale”.

4) Modello. Se Sesa chiudesse domani, molti Comuni Ricicloni, campioni del virtuoso modello veneto di gestione dei rifiuti, sarebbero in ginocchio. In realtà il modello veneto ha i piedi d’argilla: i rifiuti vengono raccolti in modo differenziato (oltre il 70%), ma servono impianti diffusi che possano avviare la materia ad una nuova vita. L’economia circolare ha bisogno di impianti: controllati, trasparenti, diffusi. Servirebbe una politica in grado di misurare e selezionare gli interventi predisponendo strumenti sensati di programmazione che contengano gli indirizzi, gli obiettivi strategici, le indicazioni concrete, gli strumenti disponibili, i riferimenti legislativi e normativi, le opportunità finanziarie, i vincoli, gli obblighi e i diritti per i soggetti economici operatori di settore, per i cittadini. Servirebbe.

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