Traffico di veleni? E’ il mercato, bellezza

Alla fin fine i trafficanti di rifiuti arrestati ieri dai magistrati di Milano promuovevano, a loro modo, una sorta di operazione di riciclo: prendevano in consegna capannoni inutilizzati e li assegnavano una nuova funzione. Discariche. La battuta è amara, ma è vero che il fenomeno dell’imbonimento con rifiuti dei capannoni inutilizzati è il frutto di una doppia incapacità di programmazione: da una parte, come è noto, sul terreno urbanistico, abbiamo saturato il territorio di capannoni vuoti con la creazione nel nostro Veneto di 3 o 4 zone artigianali per comune, dall’altra, soprattutto a livello nazionale, non si è riusciti ancora riusciti a mettere in piedi una strategia che porti davvero al riutilizzo della materia aldilà della, a questo punto, doverosa raccolta differenziata.

Da quello che apprendiamo dall’inchiesta coordinata da Alessandra Dolci le società che prendevano in consegna i rifiuti si facevano pagare 150 euro a tonnellata, un prezzo che avrebbe dovuto mettere in allarme il produttore: normalmente il passaggio, nel caso della plastica, avviene con prezzi che si aggirano sulle 250 euro a tonnellata. Il traffico inizia sempre con qualcuno che fa finta che tutto sia in regola. Un dato particolarmente preoccupante se il produttore era un soggetto pubblico o partecipato da un soggetto pubblico.

L’inchiesta milanese ha colpito il mondo degli intermediari dei rifiuti, personaggi che spesso non toccano e non vedono i rifiuti, ma solo le carte. Nella fase intermedia di stoccaggio è popolato di decine di società ed aziende che si dedicano al trasporto e allo stoccaggio. Ovviamente molte di queste operano in regola, ma lo snodo delicato è proprio qui, le operazioni intermedie, tra la produzione e l’effettivo smaltimento, in questa fase si inseriscono le modalità “alternative” di smaltimento. Una lunga filiera del trattamento con l’esistenza di più intermediari è più a rischio.

Alla base c’è sempre una logica di mercato. Il blocco delle importazioni da parte della Cina ha sconvolto la circolazione globale degli scarti: nel 2016 la Cina ha accolto 50 milioni di tonnellate di materie di recupero, includendo carta, ferro, acciaio e altri metalli e plastica. La Cina ha in questi anni accolto il 56% della plastica buttata dal resto del mondo.

Questo sconvolgimento ha portato ad un aumento vertiginoso dei prezzi dello smaltimento negli inceneritori. Le materie plastiche non riciclabili accedevano al termovalorizzatore a circa 85-90 euro a tonnellata fino all’anno scorso, mentre oggi il costo ha superato i 170 euro. Prezzi che obbligano gli imprenditori dei rifiuti onesti a non scendere, tra costi di trasporto e smaltimento, sotto i 250 euro se non vogliono rimetterci. Ma se sul mercato ci sono concorrenti che offrono il servizio al 40% in meno non c’è partita. L’aumento dei costi finali di trattamento ha reso ancora più conveniente lo smaltimento selvaggio che, anche se deve mettere in conto il rischio repressione, rimane comunque molto lucroso.

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