La “ricetta” della ndrangheta per riuscire a fare business ed insediarsi fuori dalle aree tradizionali è presto detta: “la commistione tra le professionalità maturate, soprattutto nel Nord del Paese, da affiliati di nuova generazione – diretta espressione delle famiglie – e professionisti attratti consapevolmente alla ‘ndrangheta”.

E’ così che la nuova relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) – relativa al primo semestre 2016 e uscita in questi giorni – descrive la capacità della mafia calabrese di operare nelle aree di nuovo insediamento. E i professionisti del nord “consapevoli di collaborare con la criminalità” operano soprattutto “nei settori ad alta redditività come la grande distribuzione, l’immobiliare e quello turistico-alberghiero”.

Nella geografia criminale delle presenze ndranghetiste nella nostra regione è Padova che fa il suo ingresso accanto a località in cui la presenza mafiosa è oramai ampiamente consolidata come l’ovest veronese e il basso vicentino.

Nella relazione degli investigatori antimafia si parla di “qualificate presenze di soggetti ‘ndranghetisti riconducibili ad aggregati criminali di Cutro, Delianova, Filadelfia ed Africo Nuovo”. L’operatività di questi soggetti si sarebbe fatta evidente, secondo la Dia, in settori abbastanza rodati come la ristorazione, il turismo, l’edilizia oltre al classico al traffico di stupefacenti. Si sono fatti notare sul litorale veneziano, nell’area compresa tra San Donà di Piave e Jesolo, gruppi camorristici provenienti da Napoli e dal casertano.

Secondo gli investigatori avrebbero assunto comportamenti minacciosi e vengono segnalati come “autori di incendi dolosi ai danni di imprenditori locali”. Una presenza tutt’altro che silente, insomma, ma tendente a riprodurre modalità tipiche dei territori di provenienza. La relazione ricorda l’arresto – definito “rilevante” – avvenuto nel marzo 2016 a Chioggia del capo del gruppo napoletano Cimmino, Luigi Cimmino, latitante da un paio di mesi.

Un arresto che ha confermato il Veneto come terra di destinazione dei latitanti data, evidentemente, la presenza di importanti appoggi logistici ed economici. Una novità del nuovo rapporto riguardo al Nordest è l’attenzione riservata a Cosa nostra, negli ultimi anni un po’ in ombra rispetto al protagonismo delle altre mafie. Secondo il rapporto “ nel Veneto si sarebbero registrate presenze di soggetti legati a cosa nostra, che tenderebbero innanzitutto a radicarsi economicamente sul territorio con una presenza stabile, ma non tale da assumere le connotazioni tipiche della Regione di provenienza”.

Obiettivo dell’operatività di Cosa nostra in questi territori sarebbe “il riciclaggio e il reinvestimento di capitali illeciti, anche attraverso l’acquisizione di attività commerciali ed imprenditoriali, sfruttando, se del caso, l’opera di gruppi delinquenziali locali”. Ma il campanello d’allarme suona, vista la drammatica crisi del sistema creditizio nelle nostre zone, quando gli investigatori sottolineano la tendenza degli appartenenti a Cosa nostra a “a sostituirsi al sistema del credito legale e a praticare l’usura”. Leggiamo nel rapporto come anche in Veneto le organizzazioni criminali sono attive nella “gestione” della forza lavoro dato che “i fenomeni del “lavoro nero” e del “caporalato”, sono molto diffusi non solo nelle aree a vocazione agricola del sud, ma anche in quelle più floride del centro e del nord”.

da il Mattino di Padova del 30 gennaio 2017