Buio pesto e pioggia battente. Nella macchina già carica di coperte, maglioni e di uno scatolone colmo di termos di thè caldo e brioches, ci stipiamo in cinque. Con Marco, Luca, Eugenio e Davide partiamo dal Pedro, un centro sociale attivo da più di vent’anni presso un vecchissimo capannone nella periferia ovest di Padova, per dirigerci verso la vicina stazione ferroviaria. “Di solito partiamo  dalla stazione – racconta Luca -, qui incrociamo sempre qualcuno che ha bisogno di qualcosa”. E’ così che al sopraggiungere del primo freddo, verso fine novembre e da cinque anni, i ragazzi del Pedro organizzano, almeno un paio di volte alla settimana, delle ronde di solidarietà – “Emergenza inverno: diritto alla casa” è il nome ufficiale dell’operazione – portando alle persone che dormono sui marciapiedi il necessario per difendersi dal freddo e una bevanda calda.

“Sono il vostro primo “cliente”?” domanda un ragazzo, a prima vista con qualche problema di dipendenza. E in effetti è il primo “cliente” che viene rifornito di thè e brioche confezionate. Mentre sorseggia parla, con quella cantilena che spesso caratterizza i tossici. La scorsa notte ha dormito all’asilo notturno, ma ha litigato furiosamente con il vicino. Della notte che lo aspetta non sembra preoccuparsi perché il giorno dopo lo attende l’inserimento in comunità. Quasi tutti i giorni va a mangiare a casa e forse per questo, per questo labile legame, non sembra troppo deperito. Riprendiamo il giro. I ragazzi sanno dove andare. Accanto alla stazione, nell’edificio che ospita gli uffici delle ferrovie, sotto una lunga pensilina una fila di fagotti. Sono donne e uomini, tutti di una certa età. Pian piano si risvegliano al nostro arrivo. Si svegliano scarmigliati, ma subito, riconosciuti i ragazzi, si riprendono e con frasi smozzicate chiedono coperte, berretti e maglioni. Le richieste vengono esaudite. Dicono di venire dalla Bosnia e di essere appena arrivati. Eugenio, uno dei ragazzi del Pedro, è moldavo, conosce la lingua e capisce subito che vengono dalla Romania e che sono qui da parecchio tempo. Evidentemente essere rumeni è uno stigma da nascondere. Il giro riprende. Luca racconta che in questi anni hanno incrociato altri gruppi che portano solidarietà ai senza dimora. “Con quelli della comunità di Sant’Egidio ci siamo divise le serate, noi usciamo il lunedì e il mercoledì e loro le altre sere, ma abbiamo contatti anche con l’Opera Nomadi e con altri”. Sotto i portici di orribili palazzoni anni ottanta, vicino alla stazione delle corriere, una zona deserta dopo l’orario d’ufficio, sotto una coltre di coperte e precariamente protetti da cartoni stazionano un paio di persone, apparentemente di mezza età, italiani. Si parla un po’ del tempo e del freddo e del maledetto inverno del 1987, “quando gelò anche l’Adige” come ricorda uno dei due.  Dal palazzo accanto ne spunta un altro, giovane e sorridente. Offerto il thè caldo partiamo, ci attendono altri giri anche se poi, alla fine, nei luoghi canonici non troviamo nessuno. “Piove, chissà dove si sono infilati” commenta Marco.

Ne uccide più il decoro

“E’ qualche anno che partecipo a queste ronde e sempre di più le persone ‘senza dimora’, si nascondono, scappano dai quartieri residenziali. I vigili e la polizia li tormentano” racconta Luca. E’ la maledizione del decoro, il mantra di tanti amministratori, ossessionati dal “degrado” e che hanno ridotto le tragedie di centinaia di persone in carne e ossa alla stregua di un problema d’arredo, in zone da risanare, in luoghi da riqualificare, in quartieri da bonificare. Le biografie accidentate delle tante persone alla deriva vengono occultate da un’enorme mistificazione che ha preso corpo in questi anni: il problema diviene la bonifica del territorio non la soluzione dei problemi sociali. Ma se aguzziamo la vista dietro alla coltre di questa nuvola ideologica si scoprono cose interessanti. “L’elemento comune dei senza fissa dimora è la condizione finale, non quella di partenza – ci racconta Luigi Gui, ricercatore all’Università di Trieste, che da anni studia il fenomeno – ciascuna biografia fa storia a sé”. “Intanto occorre intendersi sulle definizioni – chiarisce Gui -, il “senza dimora” è colui che non ha una abitazione, ma non solo nel senso fisico del termine ma anche relazionale e affettivo. Parliamo infatti di persone alla deriva, prive di relazioni e reti di rapporti. E’ utile distinguere tra chi ha un atteggiamento depressivo e chi invece uno “aggressivo” in senso positivo, che ancora combatte. Dopo circa un anno di vita di strada spesso ci si avvita in una spirale depressiva e si mollano definitivamente gli ormeggi”. “Un trauma, una separazione, la perdita di un lavoro che si va ad aggiungere ad una situazione vulnerabile: questo è il mix che produce un ‘senza dimora’”, racconta Pietro Azzolini operatore sociale, lunghi anni passati a gestire lo storico asilo notturno di Padova, quello del “Torresino”.

Rifiuti indifferenziati

“Ho visto persone, uscite dai manicomi con la legge Basaglia, finite parcheggiate al dormitorio per trent’anni. Costruiamo scatole di cartone per ficcarci la gente dentro” denuncia amaro Azzolini. Dall’incapacità a confrontarsi con i diversi disagi – dipendenze, problemi psichici, difficoltà relazionali – nasce la rappresentazione cumulativa dei “barboni”, dei “senza dimora”, una sorta di rifiuto indifferenziato della società. “E’ colpa tua se sei sulla strada ho sentito dire da un medico del pronto soccorso ad un “senza dimora”, il destino di queste persone non è percepito come una responsabilità collettiva, piuttosto come una colpa individuale – riflette Azzolini – l’atteggiamento di tanti, anche dei politici, rimane quello caritatevole. E’ un approccio che non conferisce dignità e fa bene a chi opera e non a chi è portatore del bisogno. Si distribuiscono panettoni a Natale e si distribuiscono senza criterio finanziamenti alle diverse cooperative trattate come agenzie interinali”. Superare la logica caritatevole è quello che si prefiggono i ragazzi del Pedro che sono anche riusciti ad aiutare una settantina di rom rumeni ad occupare, agli inizi dicembre, uno stabile abbandonato di proprietà comunale. Puntuale, è seguito dopo poche ore, lo sgombero. “Spesso i servizi sociali creano dipendenza e contribuiscono a cronicizzare il fenomeno – spiega Gui – fornendo le risposte adatte ad un’esistenza immobile, senza un orizzonte di cambiamento”. E’ la storia di molti che compiono giornalmente l’identica via crucis tra il dormitorio, la mensa per i poveri, il luogo dove reperire abiti smessi e le docce pubbliche. “Servirebbe un rapporto personalizzato, adatto a ciascuna irripetibile biografia, una grande mensa che accoglie centinaia di persone deprime la volontà di relazione di persone già vulnerabili, piccole strutture invece possono facilitare relazioni” commenta Gui. “Il problema è che spesso non c’è una strategia – riflette Azzolini – bisognerebbe mettere in rete i servizi, penso all’ospedale ad esempio, ma la logica aziendalista e privatrizzatrice domina su tutto”. E come denuncia la Fondazione Zancan nel recente rapporto sulla povertà confezionato in collaborzione con la Caritas, dei 750 euro procapite destinati all’assistenza sociale in Italia i comuni gestiscono solo 86,15 euro, il resto lo gestisce direttamente lo Stato. Questo vuol dire che sono poche le risorse per interventi puntuali, flessibili, adattati alla particolarità del territorio.

Una residenza senza dimora

Nicola Sansonna, coordinatore della sezione padovana degli “Avvocati di strada” – associazione che raggruppa gli avvocati impegnati ad offrire gratuitamente assistenza legale ai senza dimora -, ci accoglie nella sede dell’associazione raccontando di una “vittoria” di cui è appena giunta notizia. Grazie all’intervento degli avvocati di strada una signora, figlia di immigrati italiani in Belgio e giunta da alcuni anni in Italia, e che vive in una tenda ad Eraclea, paesino del litorale della provincia di Venezia, ha ottenuto il certificato di residenza malgrado risulti sprovvista di un domicilio. Ottenere il certificato di residenza significa accedere ad una soglia di diritti minimi come quelli dell’assistenza sanitaria, sociale, iscriversi ad una lista di collocamento, poter votare. Insomma, in un nordest in cui il sindaco di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, propone la soglia di reddito minimo per ottenere la residenza anche per gli italiani – e non solo per gli immigrati come il sindaco di Cittadella, Massimo Bitonci, e i suoi numerosi emuli – la decisione del comune di Eraclea di concedere la residenza ad una cittadina “senza fissa dimora” suona come un bella sorpresa. Sansonna illustra l’attività dell’associazione: “A Padova siamo attivi dal 2004 e in questi anni abbiamo avuto circa mille colloqui con persone che ci richiedevano interventi. Di questi circa centocinquanta sono stati i provvedimenti aperti. Le richieste – racconta Sansonna – riguardano in particolare i diritti degli immigrati e quindi permessi di soggiorno, ricongiungimenti famigliari e quant’altro, ma negli ultimi tempi abbiamo notato l’aumento di italiani di mezza età con alle spalle una storia di divorzio, perdita di un lavoro o altri eventi traumatici”.

Chi è dentro e chi è fuori?

Rispetto al totale dei senza dimora che sono venuti in contatto con i centri di ascolto Caritas, a livello nazionale, il settanta per cento sono stranieri. Il rischio concreto è che la loro permanenza in strada, malgrado la volontà e le energie per “farsi una vita”, si allunghi fino a farsi cronica. La clandestinità, la difficoltà di accesso ai servizi, lo sfrangiamento dei legami comunitari possono portare in breve tempo alla “deriva”, come nel caso di Ram, un gigante indiano, ospite di una piccola struttura istituita per l’”emergenza inverno” con una avventurosa storia alle spalle, ormai da più di nove anni sulle strada. Quella che si allarga, come osservato da Sansonna, è l’area della vulnerabilità e quindi delle persone che conducono una vita “normale” ma che qualsiasi evento potrebbe portare alla deriva. Complice la precarietà lavorativa e la disgregazione dei legami sociali. “Nuove povertà e lavoro nella società flessibile” è  il titolo della ricerca promossa da Alessandro Sabbiucciu, assessore alle politiche del lavoro della Provincia di Venezia, e curata da Silvia De Martino, ricercatrice sociale. Trecento sono state le persone oggetto di interviste qualitative in seguito a ricerche di carattere etnografico condotte in quattro aree differenti del veneziano: Chioggia, San Donà, Mira e Mestre. “La precarietà lavorativa e quindi esistenziale si declina in modo differente – racconta Silvia De Martino – a seconda del contesto culturale, in un’area metropolitana come Mestre emerge lo sfaldamento dei legami comunitari e l’isolamento tipico dei grandi centri, mentre a Chioggia è l’estraneo che fatica ad inserirsi in una società chiusa dominata da forti ed escludenti legami famigliari”. Pur declinandosi in maniera differente la precarietà rimane una costante in questi racconti di vita. “Gli esclusi dalla cittadinanza stanno crescendo – ci racconta Alessandro Sabbiucciu -, anche qui nel nordest è alle corde un modello per cui si puntava sulla negoziazione per raggiungere una soglia di diritti di cittadinanza. Ora, grazie alla crescente precarizzaizone, non è più possibile puntare solo sulla negoziazione sindacale, ma è occorre promuovere provvedimenti legislativi che promuovano diritti. E’ necessario, tra le altre cose, introdurre un salario minimo garantito affiancato al reddito di cittadinanza.  Altrimenti – riflette Sabbiucciu – non riusciamo ad andare incontro a quella fascia crescente di cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro e che entrano nel circuito infernale delle nuove povertà”.

“La nuova povertà fa paura – analizza Gui – perché è lo specchio di quello che potrebbe succedere a ciascuno di noi in una società competitiva in cui cominciano ad infrangersi i sogni di una crescita infinita”. Come suggerisce il sociologo Nicola Negri, in una società corrosa in profondità dalla precarietà è da ridiscutere la stessa nozione di esclusione ed inclusione: c’è ancora un “dentro” rassicurante nel quale entrare? I rumeni di mezza età che hanno perso il lavoro di muratori e un’esistenza “normale” e stazionano oramai da mesi in una piazza vicino alla stazione e chiedono la carità al semaforo stanno evidentemente lanciando la spugna e mollando gli ormeggi. La loro sconfitta suona per ciascuno di noi.

Febbraio 2008 – Carta