‘Ndrangheta: un attore nell’economia veneta

La ‘ndrangheta è uno degli attori consolidati dell’economia del Veneto. Lo sappiamo da anni, ma fatichiamo a prenderne laicamente coscienza, a raffigurarci questa presenza e questo ruolo.

La lettura della storia che si è conclusa ieri nell’aula del tribunale di Venezia, mentre continua a Padova, può darci qualche elemento di comprensione.

Non si fa impresa nel vuoto, occorrono le relazioni. I fratelli Bolognino e il loro entourage avevano un buon argomento per entrare in relazione: ripulire i soldi ricavati dalla miriade dei business della cosca di riferimento, Grande Aracri, presente a Cutro, Calabria, come in Emilia.

Un argomento convincente e che ha convinto. Per altro l’operazione di ripulitura non risultava una novità per alcuni interlocutori dei Bolognino. Biasion, per dire, già conosceva l’arte della fatturazione falsa. L’ambiente era ricettivo. I Bolognino, in Veneto, a Rosà – una villetta con giardino, niente di particolarmente appariscente – ci vivevano, e l’ambiente dove hanno coltivato le loro relazioni è quello sempre più ampio e affollato dell’imprenditoria con il fiato corto: imprenditori attivi nei settori più colpiti dalla crisi e più a rischio di sopravvivenza, soprattutto quelle di dimensioni ridotte e maggiormente esposte alla concorrenza, o attive in settori che hanno accusato di più i contraccolpi della recessione, come ad esempio nella filiera dell’edilizia.

Imprenditori o faccendieri per cui le pratiche illegali diventano una componente indispensabile del fare impresa, per rimanere a galla. Imprenditori che, crisi dopo crisi, fallimento dopo fallimento, ormai navigano a vista e per cui il domani è da conquistare con il coltello tra i denti.

In questi ambienti è possibile coltivare rapporti, stabilire connessioni ed alleanze anche con i Bolognino. Che non danno esattamente l’idea di essere usciti da un corso di management avanzato in qualche università anglosassone. Chi li ha conosciuti mantiene un ricordo sgradevole, di un’arroganza densa e minacciosa. Promettono quello che mantengono, si potrebbe dire. Eppure possono diventare l’assicurazione sul futuro.

Sappiamo, e sentiamo, come dopo la grande crisi del 2007-2008 si sia addensato, non solo tra gli operatori economici, un senso profondo di minaccia e di insicurezza. Da qui una domanda di protezione a cui i gruppi mafiosi, anche gli inquietanti Bolognino possono dare una risposta. I mafiosi sanno proporsi come mediatori e garanti di transazioni che si svolgono in contesti caratterizzati da elevata incertezza. Il recupero crediti da questo punto di vista è un fattore decisivo.

E quando si tratta di recupero crediti tocchiamo un nervo scoperto del funzionamento, o del malfunzionamento, delle relazioni di mercato in questi anni di crisi. Il servizio di riscossione crediti era garantito soprattutto dal “logo” della ‘ndrangheta, un marchio che assicurava terrore e riverenza. Il logo mafioso – ripetutamente utilizzato da Mangone con la sua vittima: “Io sono calabrese, io non vado vie legali…noi siamo quelli che tagliamo le gambe…” – è un’assicurazione della propria capacità di convincimento.

Perché la violenza della mafia non è distruttiva, ma rappresenta invece, tra le altre cose, un modo per crearsi una reputazione, uno spazio nel mercato, una certa credibilità. Che non vuol dire che sia meno spaventosa: le parole di Stefano Venturin, l’imprenditore trevigiano sequestrato e picchiato dei fratelli Bolognino, trasudano angoscia per un’avventura che non avrebbe mai immaginato di dover sperimentare.

il mattino di Padova 20/10/2020

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