Coimpo. Una storia criminale

Era la latteria sociale di Cà Emo un pugno di case perse nella pianura sconfinata tra Adria e Rovigo. Mauro Luise ha il fiuto per gli affari e dal trasporto latte, a metà degli anni ’80, si converte alla gestione dei fanghi di depurazione. In questa operazione è aiutato da un nuovo socio con più esperienza e con le spalle più grosse: Gianni Pagnin di Noventa Padovana. Il procedimento è semplice: dopo la stabilizzazione e il trattamento, i fanghi vengono distribuiti nei campi. Nasce così, nel 1984, la Coimpo specializzata nel trattamento nei fanghi da depurazione.

Gli affari vanno bene, i fanghi arrivano da tutta Italia e anche dall’estero stando alle dichiarazioni degli abitanti che annotano le targhe dei camion in arrivo. Ma gli odori sono forti e pungenti. Le proteste e i malumori degli abitanti si concretizzano nella costituzione di un comitato e in una raccolta di firme. Qualcuno ricorda ancora gli appostamenti notturni presso i cancelli della Coimpo per scoprire che cosa succedesse all’interno e che cosa trasportassero i tanti camion in arrivo. Ma la mobilitazione dei cittadini ha vita breve. Luise appare come un uomo potente. La Coimpo sponsorizza diverse manifestazioni compresa la locale squadra di calcio. La gente si acquatta in silenzio.

Gli affari proseguono a gonfie vele. Nel 2006 la Coimpo ottiene di gestire 99mila tonnellate annue di rifiuti. Entrano in società anche le figlie dei due fondatori. Nel frattempo Mauro Luise acquista una tenuta in Romania, La Fazenda, e lì si trasferisce, ma continua ad esercitare un controllo ferreo sull’azienda. Nel 2010 è costituita la Agribiofert, un’azienda gemella della Coimpo. Produce correttivo calcico con gli stessi fanghi in arrivo. La mossa è astuta: le legislazione e il controllo sui fanghi si è inasprita, mentre “i correttivi vanno dappertutto” come sottolinea Mauro Luise in un corso di una riunione.

“Prima dell’incidente…comunque…non so come posso dire..eravamo un’azienda..numero uno quasi, su quello che era il nostro…” Gianni Pagnin ricorda così i bei tempi andati con un interlocutore ignoto. Nel 2015 la Coimpo si è fermata a 3,3 milioni, mentre mancano i dati della ditta gemella, la Agribiofert, ma nel 2014, malgrado la chiusura per due mesi a causa dell’”incidente”, il gruppo Coimpo fattura oltre 12 milioni e mezzo di euro.

L’incidente di cui accennava Pagnin avviene il 22 settembre del 2014 quando una nube di acido solfidrico e di anidride solforosa uscita dalla vasca D dell’impianto uccide per asfissia tre operai e l’autista del camion che stava scaricando l’acido nella vasca. La tragedia sconvolge un po’ tutti. Ma il sindaco di Adria, Massimo Barbujani, nell’occasione ricorda la generosità dell’amministratore della Coimpo, Mauro Luise, nel sostegno alle iniziative del paese. L’uscita sembra un po’ fuori luogo. Con la morte dei quattro poveri cristi di quello che accade nel grande stabilimento perso nella campagna cominciano ad interessarsi un po’ tutti: magistrati, giornalisti, la commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti che accorre pochi giorni dopo per un sopralluogo. Fino all’arresto, il 10 dicembre dell’anno scorso dei vertici della Coimpo e dell’azienda gemella Agribiofert: il padovano Gianni Pagnin insieme al socio polesano Mauro Luise. Agli arresti domiciliari sono finite le figlie Glenda Luise e Alessia Pagnin – entrambe nel consiglio d’amministrazione della Coimpo -, Rossano Stocco, dipendente, e Mario Crepaldi, il factotum dell’impianto.

Si comincia così a dire a gran voce quello che molti nel rodigino sussurravano e pochi – uno sparuto ed impaurito comitato dei residenti oltre al locale circolo di Legambiente – provarono negli anni a denunciare. Le voci verranno confermate da un corposo dossier del 2016 del Corpo forestale dello Stato che certifica, dopo lunghe indagini, che i fanghi di origine civile ed industriale, solidi e liquidi “non venivano scaricati nelle preposte aree di stoccaggio per poi essere avviati alle lavorazioni bensì venivano riversati direttamente all’interno delle vasche destinate a contenere i fanghi già lavorati; da qui i fanghi venivano subito prelevati ed avviati allo spandimento sui terreni agricoli”. In definitiva i rifiuti che entravano nell’impianto uscivano tal quali senza aver subito le operazioni di trattamento previste. La Coimpo era un ricettacolo di tutto lo strumentario dei trafficanti di rifiuti: giro bolla, falsificazioni dei pesi, manomissione delle analisi e delle certificazioni, mischiamento dei diversi rifiuti per far perderne la tracciabilità, smaltimenti clandestini. I carabinieri forestali hanno documentato, con appostamenti, intercettazioni telefoniche ed ambientali, minuziose ricostruzioni documentali, tra il 2014 e il 2016 una quantità impressionante di reati ambientali. E non solo.

“Guarda che andavo a casa, e che sono uno che il mal di testa non sa neanche cosa vuol dire, ma sentivo in gola (bestemmia) a l’altro dicevo, ciò deficiente (bestemmia) digli qualcosa quando vai là in ufficio (bestemmia) vuoi che muoia sopra il trattore…”. E poi “è una cosa impossibile arare… toglie il fiato”. Ecco cosa si provava a spargere il “correttivo calcico” della Coimpo nei campi. Secondo le analisi degli inquirenti i fanghi sversati sui terreni del Polesine “non erano esenti da sostanze tossiche e nocive e/o persistenti e/o bioaccumulabili in concentrazioni dannose per il terreno, per le culture, per gli animali, per l’uomo, per l’ambiente in generale”. Le conclusioni del rapporto confezionato dai carabinieri forestali sono relative a 377 ettari in provincia di Rovigo, una piccola parte dei terreni dove la Coimpo negli anni ha distribuito “fertilizzante”. Altre aree interessate dagli sversamenti si trovano certamente in Polesine, ma anche nel padovano e nel veneziano, oltre che in Toscana, dove la Coimpo ha operato su 800 ettari di terreni agricoli tra Pisa e Firenze. Il dato che suscita le maggiori preoccupazioni è quello che riguarda la presenza di Pcb, i policlorobifenili, una sostanza dalla carica inquinante simile alla diossina che non si scioglie in acqua e in grado di passare, concentrando la sua carica tossica, nella catena alimentare dalle piante agli animali, all’uomo. Almeno in tre casi il valore del Pcb è risultato di 0,10mg/kg rispetto a un valore limite di 0,06 mg/kg. Le procedure per la caratterizzazione e per l’eventuale bonifica delle aree contaminate sono solo ai primi passi. E gli esperti si aspettano che nuove analisi effettuate a livelli più profondi del terreno facciano emergere risultati ancora peggiori.

Il chiodo fisso dei responsabili della Coimpo era quello di trovare la terra vicino all’impianto dove poter scaricare i fanghi liberando così le vasche e poter ricevere altri rifiuti. I proprietari dei terreni erano pagati tramite l’affitto dei terreni – in alcuni casi anche il triplo della media degli affitti – e altre regalie. “E’ una manna che fino a che c’è c’è” avrebbe confidato uno dei proprietari, Luigi Marchetti, ad un operatore della Coimpo. “Faremo qua, un pastrocchio come al solito” racconta Mauro Luise spiegando agli operatori le operazioni di spargimento dei fanghi in un campo. I proprietari dei terreni erano pagati tramite l’affitto dei terreni – in alcuni casi anche il triplo della media degli affitti – e beneficiavano anche di altre regalie. “È una manna che fino a che c’è, c’è” avrebbe confidato uno dei proprietari a un operatore della Coimpo. Secondo gli inquirenti, “la corresponsione di canoni elevatissimi e di altre utilità sembra dunque costituire il prezzo corrisposto per comprare la complicità dei proprietari dei terreni”. “Faremo qua, un pastrocchio come al solito” racconta Mauro Luise spiegando agli operatori le operazioni di spargimento dei fanghi. Molti dei campi in questione sono coltivati a mais ed erba medica e destinati a mangime per gli allevamenti.

Nel 2016 l’impianto cessa la produzione: già il primo arresto di Gianni Pagnin, avvenuto quell’anno, in seguito ad un’inchiesta analoga della procura fiorentina, aveva definitivamente azzerato le possibilità di un proseguimento dell’attività. Da allora rimane drammaticamente aperto il dramma delle bonifiche di centinaia e centinaia di ettari avvelenati dai fanghi. I principali imputati non hanno usufruito del rito abbreviato che avrebbe comportato il farsi carico delle bonifiche e del ripristino del sito. A Rovigo sono in corso due procedimenti: uno ancora allo stato nascente sulla rete di collusioni che hanno protetto le malefatte della Coimpo e un altro procedimento, sulla morte delle quattro persone asfissiate dalla nube venefica e su cosa sia effettivamente accaduto attorno alla vasca D il 22 settembre 2014, è in corso di dibattimento presso il tribunale.

Cosa accadeva attorno alla famigerata vasca D? “Non siamo più capaci di andare avanti perché ci brucia la pelle, vai in fondo brucia la pelle, viene qua brucia la pelle” racconta un operaio. E poi: “Perché lo sai cosa facevano? Loro mescolavano, facevano le analisi, andavano le analisi alte! Cos’è che facciamo? Butta dentro un camion! Butta dentro una botte di acido, una mescolata e sei a posto, l’acido tira a secco tutto (bestemmia) e dopo non eri più capace di respirare, (impreca) sia lui (Mauro Luise ndr) che anche quello di Padova (Gianni Pagnin ndr) (bestemmia) ci stavano facendo morire tutti, guarda che quel giorno lì (bestemmia) siamo stati fortunati che ci siamo fermati lì…”.

Scrivono gli inquirenti: “un fare caotico e disorganizzato, totalmente difforme da quella che doveva essere la procedura per la produzione del fertilizzante, con cui venivano lavorati i rifiuti e le materi prime all’interno della vasca che ha generato le esalazioni mortali”. L’obiettivo dei responsabili della Coimpo era quello di “buttare dentro” in vasca D i rifiuti per procedere poi allo smaltimento nei campi del presunto “correttivo calcico”. Per produrlo i nostri hanno evitato di acquistare l’ossido di calcio e l’acido solforico, che sarebbero stati un costo, sostituendoli con la calce risultante dal processo di abbattimento dei fumi della A2A di Brescia, quindi un rifiuto da cui traevano anche un guadagno, che in teoria avrebbero dovuto utilizzare in quantità minima alla fine del processo e che invece costituiva il 30/40% del correttivo. “Quando vengono dentro i soldi le parole non servano a niente” dichiara lapidario un altro operaio.

La teoria dell’errore umano – imputato al camionista che ha effettuato lo scarico dell’acido solforico nella vasca – ha alleggerito la coscienza di molti. Compreso il vicesindaco Federico Simoni che, nel dicembre del 2015, intercedendo sul presidente della Provincia Marco Trombini, che compare nella lista degli indagati, affinché la Coimpo lavori, racconta: “E’ successa una cosa non per colpa loro…che esiste una colpa, forse forse è solo colpa di vigilanza non fatta, ma lì c’è una colpa”, e Trombini di rimando “Si – dice – so cos’è successo: errore umano”. Perfetto!”

La storia della Coimpo è anche la storia di una Caporetto amministrativa, un clamoroso fallimento, in parte voluto, della capacità di controllo delle attività produttive da parte della Pubblica amministrazione. Sappiamo che l’amministratore della società era stato già denunciato nel 2005, condannato nel 2009 per attività organizzative di traffico illecito di rifiuti, nonché denunciato ancora nel 2013 dai carabinieri del nucleo ecologico. Inoltre, prima dell’incidente del 22 settembre 2014 nei confronti della Coimpo. erano state depositate tre notizie di reato (dal 2007 al 2012) e in cinque controlli effettuati erano stati elevati 16 verbali amministrativi. Insomma un curriculum problematico che avrebbe potuto attirare l’attenzione di chi di dovere. E che fine hanno fatto gli esposti depositate in Procura? “Una volta che arrivavano quelle denunce lì…c’era uno che le prendeva e le metteva…” racconta Mauro Luise a proposito di una denuncia per gli odori pestilenziali fatta da un gruppo di cittadini. I vertici della Coimpo potevano contare su una talpa in Procura, tal Vanni Fusaro da poco pensionato. Secondo gli inquirenti è dimostrata “la capacità di Luise di attorniarsi di pubblici ufficiali, nello specifico soggetti appartenenti o legati in passato alle forze di polizia, ai quali venivano riconosciuti favori”.

Non c’è da stupirsi più di tanto: politici, tecnici, professionisti, forze dell’ordine erano parte di una vera e propria rete “che contemporaneamente garantiva al sodalizio l’ottenimento delle autorizzazioni all’esercizio e parava i possibili inghippi a cui si andava incontro con la gestione truffaldina dei rifiuti”. Da una parte una società locale a loro servizio e dall’altra uno sparuto comitato di cittadini, vessati dagli odori pestilenziali che ammorbavano l’aria, a cui nessuno prestava attenzione.

Uno dei loro santi in paradiso era Giuseppe Boniolo, dipendente della Provincia di Rovigo in forze al settore ambiente, ma pure socio occulto, attraverso familiari, di due società attive nel settore ambientale, la Agrisol srl e la Sga srl a cui arrivavano in varie forme i finanziamenti da parte dei vertici della Coimpo. Boniolo riuscì a far ottenere “l’esercizio dell’impianto della Agribiofert correttivi srl […] in carenza della apposita procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale”. Inoltre Boniolo si prodigò all’autorizzazione relativa alle emissioni in atmosfera ignorando “il fatto che vi potessero essere emissioni diffuse durante le fasi di stoccaggio e lavorazione dei rifiuti e nella loro miscelazione con altre materie quali l’acido solforico”. Esattamente quello che accadde la maledetta mattina del 22 settembre 2014 nella famigerata vasca D.

Poi c’è la folta schiera di tecnici e chimici che si adoperavano per accomodare le analisi dei fanghi. Nel maggio 2016 una nutrita schiera di consulenti suderanno le proverbiali sette camice perché il cosiddetto “correttivo calcico” non risultasse contenere eccessive quantità di mercurio adulterando, alla fine, il campione, con la complicità dei chimici……, perché risultasse a norma. O in un altro episodio in cui il problema è il selenio: “Ce l’ha alto, va fuori limite di parecchio, quasi il doppio.

Ascolta io faccio un altro campione, adesso lo porto su”…”da Andrea Gattolin”. Gattolin è un loro tecnico di “fiducia”, peccato che il suo laboratorio “Chimicamabiente” di Este non sia accreditato. Anche il problema di avere delle percentuali di azoto nei fanghi troppo alto che gli costringerebbe a sversare minore quantità di fanghi nei campi viene risolto chiedendo al chimico Tiziano Bonato della LabControl, che “ci sente” di fare “un’altra passata”.

Quando la Provincia inizierà, dopo l’”incidente”, a prendere qualche timido provvedimento nei confronti della Coimpo, Mauro Luise, sospettando un voltafaccia di Boniolo, chiederà l’intervento di Federico Simoni, vicesindaco di Adria, che organizzerà, nel dicembre 2015, un incontro con il presidente della Provincia Marco Trombini. Dopo l’incontro Boniolo verrà trasferito. Ma l’impegno del vicesindaco Simoni non si ferma qui. Il nemico dell’azienda si chiama Devis Casetta, consulente del Comitato degli abitanti prima e del Comune di Adria poi, definito da Simoni “un comunista, anarchico di merda”. L’impegno preso da Simoni con Glenda Luise è quello di rimuoverlo o perlomeno “addomesticarlo”. Senza esito.

La vicenda della Coimpo ha travolto l’amministrazione comunale di Adria. L’ex sindaco Barbujani non ha mai nascosto la sua amicizia, e la sua solidarietà, con Mauro Luise. Una parte della sua maggioranza ha criticato l’approccio “morbido” dell’amministrazione nei confronti dell’impresa di Cà Emo fino a decretare la crisi di giunta. Alle recenti elezioni amministrative è stato eletto sindaco Omar Barbierato, ambientalista e alfiere del rinnovamento e della trasparenza.

Le vasche, fessurate in più punti, della Coimpo sono ancora colme di fanghi, dal contenuto sconosciuto. Nessuno ha idea di chi pagherà la bonifica dell’impianto: la società rumena che aveva rilasciato le fideiussioni necessarie a garantire l’amministrazione in caso di inadempienze è fallita già nel 2014, senza che la Provincia se ne accorgesse. Secondo il calcolo degli inquirenti, ammontava a circa un milione all’anno “l’ingiusto profitto che i proprietari delle due aziende ottenevano risparmiando sulle lavorazioni interne e riducendo al massimo i costi legati al trasporto dei fanghi”. Guadagni che le famiglie Luise e Pagnin avevano investito in Romania nell’acquisto di immobili e di una vasta tenuta e dove architettavano di rifugiarsi quando gli affari, grazie ai controlli più serrati, non riuscivano così bene come nei tempi d’oro.

Questi i nomi dei morti: Nicolò Bellato, 28 anni, Paolo Valesella, 53 anni, Marco Berti, 47 anni, Giuseppe Baldan, 48 anni

Luglio 2018 il Mattino di Padova

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...