Ecco a voi il Sistema. Non abbiamo letto le carte dell’inchiesta. Sappiamo che tutti gli inquisiti, compresi gli arrestati, sono innocenti fino a prova contraria.

Ma possiamo lo stesso descrivere alcuni degli elementi costitutivi di questo Sistema e pure fornire qualche indicazione per uscirne.

Maghi? No, semplicemente insieme a nutrite minoranze di questi territori in questi anni abbiamo studiato, analizzato, denunciato e descritto quello che stava succedendo.

Un Sistema, ecco cos’era. Alimentato da soldi pubblici per opere dall’utilità incerta e dal certo, e immenso, impatto ambientale.

Un «sapiente» governo delle risorse che non scontenta nessuno e che si svolge al riparo dalla concorrenza e dalla trasparenza. E così sono sopravvissuti – procedura speciale dopo procedura speciale – pezzi importanti dell’imprenditoria veneta e le loro proiezioni politiche.

Una regolazione sistematica delle opere pubbliche che ha dato vita a circuiti chiusi dell’economia locale, accessibili esclusivamente da parte di alcune imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In un’intervista di un paio di anni fa rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l’impresa in difficoltà ma che non sapeva a chi rivolgersi visto che i circuiti corruttivi rimanevano ermeticamente chiusi e accessibili solo a una élite imprenditoriale. Si tratta di un meccanismo di «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l’attività di malaffare» e in cui si riduce la qualità, ma non la consistenza, del capitale sociale in circolazione.

Ma il problema non si ferma certo alle porte della laguna. Ad osservare sistematicamente quello che accade, e che emerge, in tutta la regione – ed è quello che ha fatto l’Osservatorio in questi mesi di attività – emergono alcuni caratteri distintivi di questo sistema:

  1. L’opacità del sistema burocratico e decisionale – specie nel settore ambientale, urbanistico-edilizio e delle opere pubbliche – che ha permesso dapprima la realizzazione di grandi speculazioni edilizie e in seguito l’instaurarsi di una costante “contrattazione” tra soggetto pubblico e privato non sempre avvenuta all’insegna della legalità e dell’interesse pubblico. In questo contesto il sistema corruttivo, coinvolgendo diversi livelli di comando, assume un ruolo chiave, poiché funziona come dispositivo in grado oliare gli ingranaggi del sistema pubblico e di allentare la sorveglianza delle istituzioni aggirando il sistema di regole, percepito non come istanza a tutela ma come ostacolo al libero dispiegarsi dell’attività economica. Questa sorta di “modello Veneto” è caratterizzato da una spiccata nebulosità, in particolare per quanto riguarda i percorsi di approvazione e costruzione delle grandi opere pubbliche e private, e presenta alcuni tratti distintivi come ad esempio l’ampio il ricorso all’istituto del project financing nei meccanismi di appalto e di finanziamento o ancora la frequente applicazione di procedure in deroga alla legislazione vigente, volte ad accelerare i tempi di approvazione e realizzazione dei progetti ma spesso adottate invocando impropriamente lo stato d’emergenza (com’è avvenuto per la Superstrada Pedemontana Veneta e per il Passante di Mestre) o del concessionario unico come a Venezia grazie alla legge speciale per cui i lavori del Mose vengono affidati, senza gare d’appalto, alle ditte legate al Consorzio Venezia Nuova.

  2. Attorno ai meccanismi finanziari ed ai dispositivi di legge che li regolano, emerge poi una concentrazione abnorme e anomala di poteri nell’apparato amministrativo-burocratico regionale, che ha generato talvolta palesi situazioni di conflitto di interessi e di compatibilità di incarichi, portando parallelamente alla subordinazione di organi di alta consulenza tecnico-scientifica al potere politico, come abbiamo documentato nel caso della commissione Via regionale, infarcita di politici e di professionisti interessati alle stesse opere che avrebbero dovuto analizzare.

  3. Un carente ricorso agli strumenti di informazione e partecipazione, con il risultato di incrementare il senso di impotenza, il distacco e il grado di sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e della Pubblica Amministrazione.

    Così, in presenza di una legalità debole e di poteri molto forti, sembra essere progressivamente venuta meno la tutela di un interesse collettivo superiore: i meccanismi corruttivi influenzano le politiche pubbliche e le scelte infrastrutturali al punto che «in caso di opzioni alternative, come nel caso del Passante, si è sempre optato per la scelta più impattante dal punto di vista ambientale e a più alto costo e margini di remunerazione più alti» con sperpero di territori e risorse pubbliche a fini privati, a scapito di un sistema che garantisca trasparenza e presenza di una pluralità di attori, incidendo quindi sulla salubrità di aziende che investono in sviluppo, e a detrimento dell’ambiente e di uno sviluppo locale diffuso e equilibrato.

    L’asservimento della funzione pubblica agli interessi del privato corruttore ha portato allo spreco di risorse già di per sé scarse e al deturpamento permanente del territorio.

    A fronte di interessi privati forti c’è bisogno di misure chiare e se questo è il contesto ci sono molti fronti su cui si può intervenire: a cominciare dalle procedure di pianificazione e appalto per renderle meno aggredibili da pratiche corruttive, contrastando pratiche decisionali poco trasparenti, che allungano l’iter e producono incertezza.

1) Piena implementazione delle misure di prevenzione e repressione della corruzione nella contenute nella legge 190/2012, al fine di rafforzare i meccanismi di imparzialità degli amministratori eliminando situazioni di conflitto di interesse e predisponendo norme sull’inconferibilità e l’incompatibilità di incarichi.

 

2) Buone opere, basta con le grandi opere. Le società interessate hanno sempre nuove grandi opere in cassetto da proporre al sistema. Le grandi opere sono tutte prioritarie ed indispensabili? La contraddizione scoppiata tra Valdastico Nord e Valsugana è il paradigma di questa confusione infrastrutturale. E’ possibile che alla nostra Regione serva qualche grande opera in meno e al suo posto un migliaio di piccole buone opere che favoriscano invece la competizione e la risoluzione dei tanti punti critici della mobilità di merci e persone. Occorre una moratoria su tutte le opere in project financing finché non verrà rivisto il sistema di finanziamento e verificata l’utilità pubblica.

2) Chiudere con la stagione dell’emergenza e delle procedure straordinarie nella conduzione delle opere pubbliche [Pedemonata Veneta, Valsugana, Tav in primis]. Procedure che, come denunciato dalla Corte dei conti, hanno provocato una «mutazione – per così dire “genetica” – delle ordinanze di protezione civile […], provocando una marginalizzazione dei procedimenti di affidamento normativamente previsti [codice dei contratti] e l’esclusione degli organi di controllo come la Corte dei conti o l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici». Ricordiamo anche, a questo proposito, che l’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici nel 2009 sottolineava: «Si rappresenta il timore che il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale, celando l’assenza di adeguate strategie di intervento per la soluzione radicale del problema, si risolva in una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».

 

3) Predisporre strumenti sensati di programmazione [cave, energia, paesaggio, rifiuti speciali…].che contengano gli indirizzi, gli obiettivi strategici, le indicazioni concrete, gli strumenti disponibili, i riferimenti legislativi e normativi, le opportunità finanziarie, i vincoli, gli obblighi e i diritti per i soggetti economici operatori di settore, per i cittadini. Sarebbe indispensabile che il Consiglio Regionale affronti  questa questione in modo chiaro e trasparente, definisca le priorità infrastrutturali, la pianificazione territoriale in accordo con le amministrazioni locali regionali e le parti sociali, selezioni i bisogni reali.

 

4) Non solo strade. Il ritardo infrastrutturale della nostra Regione, rispetto alle altre regioni italiane e europee, è necessario sia colmato. L’attenzione della politica regionale non può essere unicamente rivolta alle strade a pagamento. Occorre investire in maniera decisa sulla ferrovia ( potenziamento della rete, apertura nuove linee ferroviarie, avvio di società regionali opportunamente finanziate, sostegno logistico al trasporto cargo,deciso sviluppo della intermodalità): una scelta che darà meno occasioni di affari ai soliti noti, ma riduce il consumo di territorio per nuove strade e migliora le condizioni di vivibilità delle persone.

 

5) Stroncare la lievitazione dei costi con l’attivazione di precisi strumenti di controllo di controllo e trasparenza. Uno studio dalla banca Intesa San Paolo del 2008 ci dice che in Spagna un chilometro di autostrada costa 14,6 milioni di euro mentre in Italia costa 32 milioni di euro. Dispiacerà ad Impregilo o Mantovani, ma risparmieremo tutti noi.

 

  1. Avviare procedure di partecipazione vincolanti, incisive e reali sui destini territoriali. A fronte di una crescente domanda di giustizia, di partecipazione e di inclusione è necessario investire da un lato nella formazione di tecnici competenti e nella promozione della cultura della legalità e della responsabilità, e dall’altro lato individuare processi decisionali più inclusivi, implementando processi di attivazione sociale.

  2. Disboscare la giungla di società partecipate della Regione che hanno avuto un ruolo rilevante, da quello che apprendiamo dai risultati dell’inchiesta in corso, come «bancomat» – senza controlli pubblici ma utilizzando denaro di tutti noi – delle società «cartiere» coinvolte nell’inchiesta

 

Può sembrare infatti, agli occhi di alcuni, un “reato pulito” e senza vittime; ma essa si fonda sul presupposto e sulla convinzione che ciò che è degli altri, ciò che è pubblico, possa essere privatizzato per favorire interessi particolari. «Se pensiamo che la società non esista […] ma solo individui in competizione, la corruzione non danneggia nessuno: si tratta di una semplice transazione per cui entrambi i contraenti ne traggono beneficio – scrive Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità Venezia – Se pensiamo alla società – e all’ambiente – come un sistema complesso di cui tutti siamo parte scopriamo che la corruzione è un reato sporco – anzi, uno “sporco reato” che genera ingiustizia. La corruzione risulta onnipresente quando si tratta di predare le risorse e i beni comuni. La corruzione pilota le decisioni riguardo alle risorse pubbliche verso la privatizzazione e il saccheggio: una delle prime vittime della corruzione è proprio l’ambiente».