Nel Polesine l’orizzonte è una linea netta, quasi astratta. Campi che si rincorrono uguali, canali rettilinei. Sembra immobile, ma in realtà è il prodotto di continue forzature: l’acqua respinta, la terra piegata, la biodiversità compressa. Matteo Cesaretto – quarantenne instancabile – vive in questo territorio sospeso tra l’Adige e il Po, unica porzione della pianura padana classificata come territorio marginale. Attorno a lui è nata l’esperienza del Tarassaco, un’associazione – ha sede a Beverare, piccolo paese in riva all’Adige – che interviene laddove l’agroindustria e le grandi trasformazioni infrastrutturali hanno lasciato vuoti ecologici e sociali. Piccoli boschi, siepi, zone umide, lembi di paesaggio restituiti alla complessità originaria.
Tutto ha inizio da un trauma: un bosco, piantato anni prima per intercettare contributi pubblici, viene completamente abbattuto una volta terminata la stagione degli incentivi. “Mia figlia di due anni piangeva a guardare quello scempio, ho scritto al sindaco: ‘se volete il bosco piantatevelo a casa vostra’, mi ha risposto. L’ho preso in parola” racconta Cesaretto.
Attorno a questa idea prende forma una rete. Fondazioni che forniscono piante e materiali, tecnici forestali che offrono consulenze, illustratori e insegnanti che contribuiscono alla dimensione educativa, cittadini che mettono a disposizione piccoli appezzamenti di terra. Il Tarassaco si struttura progressivamente come soggetto collettivo capace di coordinare competenze e volontari. Oggi i boschi realizzati sono quindici, soprattutto in Polesine ma anche fuori provincia, con oltre settemila tra alberi e arbusti messi a dimora e più di centocinquanta volontari coinvolti. Le risorse economiche provengono quasi esclusivamente da donazioni private, segno di un consenso costruito dal basso.
Accanto al lavoro sul campo, l’associazione ha investito nella divulgazione. Una guida dedicata agli alberi e agli arbusti di pianura, illustrata dai disegni delicati e precisi di Sara Michieli, è diventata uno strumento per riconoscere specie che nel paesaggio agroindustriale contemporaneo sono quasi scomparse. Per le scuole sono stati progettati laboratori che riportano bambini e ragazzi a osservare ciò che spesso manca nei loro territori: ombra, insetti, suolo vivo, relazioni ecologiche.
Per comprendere il senso profondo di questo lavoro è necessario allargare lo sguardo alla storia del Polesine. L’emigrazione di massa, l’alluvione del 1951 e lo sviluppo diseguale del nordest hanno lasciato segni profondi. Oggi, secondo i dati della Cgia di Mestre, la provincia di Rovigo è la prima in Veneto ad avere più pensionati che occupati. Un indicatore che restituisce l’immagine di un territorio che invecchia e si svuota, dove le opportunità si riducono e i servizi arretrano. Il paesaggio attuale è il risultato di secoli di bonifiche e di una gestione idraulica imponente. «Un tempo la campagna era frammentata, attraversata da fossi, filari, alberature che svolgevano una funzione economica e ambientale», spiega Cesaretto.
La grande proprietà fondiaria ha invece favorito monocolture estensive, adattando la geografia del territorio alle sue esigenze produttive. L’industrializzazione diffusa che ha caratterizzato altre zone del Veneto qui non ha mai attecchito. Il risultato è un paesaggio aperto e rarefatto, ma sempre più povero dal punto di vista ecologico e sociale. Negli ultimi decenni, alla fragilità economica si è aggiunta una pressione ambientale crescente. Le campagne isolate sono diventate il luogo ideale per ospitare ciò che altrove non trova spazio: impianti di trattamento dei rifiuti, digestori per il biometano, gestione dei fanghi industriali.
A pochi chilometri dalla sede dell’associazione, anni fa, l’esalazione di una nube venefica in un impianto di trattamento di fanghi causò la morte di quattro operai. Fanghi provenienti da tutto il Nord Italia venivano distribuiti sui campi con il loro carico di metalli pesanti e la compiacenza dei proprietari dei terreni. “La campagna non può essere solo un luogo da sfruttare, ma il paesaggio dove noi siamo inseriti e viviamo. Una fascia boscata o una siepe plurispecifica hanno un valore paesaggistico, naturalistico e anche di salute pubblica” sottolinea Cesaretto.
“In provincia di Rovigo di aziende biologiche ce ne saranno due o tre – ci spiega il presidente del Tarassaco – in una di queste, la Capolavia, fondata da ragazzi emigrati in Germania che decidono di tornare a casa e coltivare i terreni della di famiglia applicando un modello biologico. Nella loro azienda abbiamo costruito una siepe plurispecifica che divide le loro colture da quelle convenzionali dei vicini, 600 metri lineari di siepe”.
Il Gorgo Leze è uno stagno di un ettaro che si è formato con il ritiro delle acque dopo l’alluvione del 1951 e continuamente alimentato da un fontanile dell’Adige. Preziosa riserva di biodiversità, abbandonato negli anni e minacciato dalle coltivazioni che lo circondano è stato preso in mano dai volontari del Tarassaco che l’hanno rimboschito, installato nidi per attirare animali e ripopolato di pesci le acque. Oggi è un’oasi dove è possibile praticare pesca sportiva, fare birdwatching e picnic nelle panchine installate ai bordi dello stagno.
Non contenti quelli de il Tarassaco ne hanno combinato una grossa: l’acquisto – a maggio del 2025 – all’asta di una importante proprietà proprio davanti alla loro sede la Corte Carrari Radetti, una barchessa di una famiglia del patriziato veneto, comprata da un imprenditore poi fallito. “All’ultima assemblea dell’associazione – racconta Cesaretto – qualcuno dice ‘il terreno qui è all’asta perché non lo compriamo noi? Dai, proviamoci!’ è stata la risposta. In pochi giorni abbiamo buttato giù un progetto per farci un parco per la comunità e recuperare la memoria del paese”. In dieci giorni sulla base del progetto elaborato l’associazione ha raccolto 45mila euro di contributi. Hanno partecipato all’asta e hanno vinto. Ora i volontari sono al lavoro per tenere pulita l’area e alla ricerca di fondi per concretizzare il progetto.
Nel 2023, a Capannori, in provincia di Lucca, Matteo Cesaretto ha ricevuto il premio “Jean Giono – l’uomo che piantava gli alberi”, promosso da Fondazione AlberItalia ETS e Veneto Agricoltura.
22 gennaio 2026 Extraterrestre – il Manifesto