Caro Gigi, permettimi di chiamarti così. Nel tuo intervento, in qualità di presidente di Legambiente Veneto, sulla gestione del verde urbano a Padova hai sollevato questioni rilevanti e utili al dibattito pubblico. Ma con un tono inutilmente aggressivo. Ed è un peccato, perché la tesi di fondo è largamente condivisibile: la vita degli alberi in ambito urbano va governata con competenza e responsabilità, e in presenza di un rischio documentato ed elevato l’abbattimento può diventare una scelta necessaria.
Nel tuo ragionamento manca però un riferimento a un episodio noto e significativo: il cedro di San Leopoldo in piazzale Santa Croce. In quel caso, sulla base di una perizia, l’albero era destinato all’abbattimento; la mobilitazione dei cittadini, una controperizia finanziata autonomamente e la disponibilità al dialogo dell’assessore Antonio Bressa – attraverso una terza valutazione – hanno invece portato a confermare che, con un’adeguata manutenzione, il rischio non fosse tale da giustificare l’intervento drastico.
Un episodio che richiama alla memoria le campagne di monitoraggio dal basso dell’acqua e dell’aria promosse da Legambiente in anni in cui le analisi ufficiali erano lacunose o poco trasparenti. Quelle esperienze hanno rappresentato forme di alfabetizzazione ambientale e scientifica, intrecciate a mobilitazioni conflittuali, capaci di produrre innovazioni normative e nuove sensibilità diffuse – anche quando i legambientini venivano liquidati con l’etichetta di “fricchettoni”.
Alla luce di quanto accaduto a piazzale Santa Croce, la richiesta dei comitati di rivedere le procedure che conducono agli abbattimenti non mi sembra affatto una posizione “terrapiattista”. Ciò che lascia perplessi nel tuo intervento è piuttosto il modo in cui la gestione moderna del verde urbano, fondata su criteri scientifici – valutazioni di stabilità, analisi strumentali, pianificazione del rischio – viene utilizzata come una clava contro le mobilitazioni dei cittadini, sbrigativamente assimilate a derive complottiste.
L’ambientalismo scientifico che ho conosciuto partiva da un presupposto diverso: la produzione di conoscenza scientifica avviene sempre dentro rapporti di potere, interessi economici e cornici culturali. E quando queste cornici cambiano – come sta accadendo oggi con l’accresciuta sensibilità verso gli elementi naturali in città – è legittimo, anzi necessario, rimettere in discussione parametri e criteri consolidati.
La complessità dei sistemi naturali, ci ricordava Enzo Tiezzi, mal sopporta la riduzione a modelli lineari; da qui si aprono spazi di incertezza che non vanno rimossi, ma abitati come luoghi di conflitto fertile, dialogo informato e costruzione condivisa delle decisioni.
Può infastidire – infastidisce anche me – l’uso disinvolto di iperboli, un velo di narcisismo o la critica sommaria che talvolta emerge nell’agire dei comitati. Ma stare dentro i processi, perdona la franchezza, non significa salire in cattedra con il ditino alzato.
Molti hanno letto il tuo intervento alla luce delle elezioni amministrative padovane del 2027. Forse dovremmo invece allenarci a guardare all’estate del 2037 o del 2047, quando – in assenza di correzioni di rotta – nelle città resterà soprattutto chi non potrà permettersi di andarsene. La densità delle città europee, straordinaria fucina culturale, economica e politica, rischia di trasformarsi in una trappola micidiale nell’epoca che si sta aprendo davanti a noi.
Addolcire questo scenario richiede, tra le altre cose, che gli alberi diventino l’ossatura del sistema urbano, anche a scapito degli spazi dedicati alla viabilità. Serve una forestazione massiccia, prioritaria nelle aree più colpite dalle isole di calore. Dovrebbe essere la grande opera dei prossimi anni, assumendo scelte radicali e mettendo in conto il conflitto con consorterie potenti – non certo con i “terrapiattisti” – allergiche alla perdita di rendite di posizione.
Agire sul livello del confronto, come insegnava Gregory Bateson, significa trasformare il significato delle stesse cose e sottrarsi alla logica del confronto simmetrico. Orientare le energie ambientaliste e civiche verso un progetto comune potrebbe essere un buon proposito per l’anno che inizia.
In amicizia Gianni Belloni
il Mattino 3 gennaio 2026