Sono alle soglie della vita adulta, le alternative per l’immediato futuro sono quelle: un impegnativo e non scontato mutuo di trent’anni, un affitto che costringerà a coabitazioni non scelte o un monolocale asfittico. In una quarantina, grazie ad un tam tam artigianale, si sono riuniti una domenica pomeriggio alla casa di quartiere Arcella per immaginare – e magari praticare – qualcosa di diverso dalla minestra indigesta che il presente gli ha apparecchiato. Affitti sempre più inarrivabili, abbandono delle politiche pubbliche per la casa e dimagrimento delle buste paga sono gli ingredienti della miscela esplosiva che costringe le giovani generazioni a giocare a rimpiattino con il futuro: rimandando, contrattando o fuggendo, con l’insicurezza come condimento del tutto.
Ma, sorpresa, l’aspirazione non è la normalità: soggiorno, tinello, cucina – l’involucro tradizionale della nostra vita sociale e familiare così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi ottant’anni non è l’aspirazione di questi ragazzi. La parola chiave è “abitare cooperativo”, una formula che incuriosisce, evoca convivenze, luoghi aperti al mondo, formule di vita da scoprire.
La promozione dell’evento è da attribuire ad un ristretto manipolo di ragazze – Maria Concetta Santacroce, Gloria Dapporto, Chiara Bertoldi, Nunzia Cecatiello e Francesca Ancona – che hanno da poco concluso gli studi, rivendicano l’indipendenza da qualsiasi organizzazione e conducono l’incontro con piglio deciso e assennato. I partecipanti hanno sperimentato convivenze da studenti, alcuni hanno assaggiato esperienze in ecovillaggi in campagna, altri hanno compiuto studi e tesi di laurea su formule di cohousing in giro per il mondo, tutti vorrebbero tenere aperta la porta di casa e non rinchiudere il mondo dentro le classiche quattro mura.
La scommessa è quella di colmare il gap tra il desiderio e i modi per arrivarci a quella evocativa formula – l’”abitare cooperativo” – perché alla fin fine sono sì sognatori, ma hanno i piedi ben piantati per terra. Si parla di nuove convivenze, ma anche dei soldi per l’affitto. “Partiamo dall’assunto che l’attuale modello abitativo è sbagliato – sottolinea Gloria – e proviamo a conoscere le esperienze che già ci sono per capire come muoverci”.
Una di queste esperienze è la cooperativa Coralli – di cui racconta Cesare Ottolini, storico leader dell’Unione Inquilini – che da più di vent’anni gestisce un condominio, 18 appartamenti, con ampi spazi comuni, a Montà con la formula della proprietà indivisa: gli appartamenti vengono assegnati ai soci perché vengano goduti senza però trasferire la proprietà che rimane della cooperativa. Si discute di questo, ma anche di come si costruiscono – e si governano – modi di abitare diversi da quelli appresi in famiglia. Territori in parte inesplorati, che richiedono confronto, scambio, assunzione di responsabilità.
Il dialogo, fitto e appassionato, spazia dalla lotta alla privatizzazione dei beni pubblici fino alla gestione dei ruoli nei lavori domestici passando su come dev’essere una casa che ospita famiglie non tradizionali. Il fiorire di studentati a prezzi da residence esclusivi non è la risposta, si ragiona su possibili standard urbanistici che costringano i privati ad edificare abitazioni per il pubblico. «Vorrei decidere io se voglio restare o andarmene», sottolinea uno dei partecipanti. Su un punto sembrano tutti d’accordo: una città sempre più a misura di Airbnb è sempre meno ospitale per chi la abita davvero. “Rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove abitiamo e turisti felici nelle città degli altri” scrive l’urbanista Elena Granata e i ragazzi questo rischio ce l’hanno ben presente.
A gennaio la neonata Assemblea per l’abitare cooperativo si ritroverà per un ciclo di incontri: allo studio esperienze di pratiche eterodosse dell’abitare. Intanto si è dato vita ad una chat su Telegram. Si è rivelato insufficiente, visto il numero dei partecipanti accorsi, il piccolo buffet preparato per la conclusione dell’incontro. Un buon segno.
da il Mattino 31 dicembre 2025