Dei 37 minuti di discorso quasi 20 sono dedicati alla cura di una società malata. L’intervento di investitura al Palageox di Padova di Alberto Stefani, candidato leghista alla presidenza del Veneto, serviva a delineare la mappa d’orientamento, a fornire i significati condivisi dei prossimi anni d’azione politica della Lega e della sua amministrazione regionale e il disegno è chiaro: dobbiamo rassicurare, aiutare, orientare una società persa ed impaurita nell’infinito dopo Covid e assordata dai tamburi di guerra. È “una società sempre più sola e frammentata”, bisognosa di “cura dei bisogni fisici e psicologici”, una società che invecchia e declina quella che disegna il leghista Stefani. Vorrebbe essere un intervento programmatico quello del candidato – le cose da fare -, ma la diagnosi sottesa è spietata: spiace per il predecessore Zaia – irriconoscibile, posseduto da tic narcisistici e sindromi persecutorie -, ma il suo successore sente la necessità di impiantare un bergogliano ospedale da campo in un Veneto esaurito e disorientato dopo la sua presidenza.
Occorre attendere 21 minuti per sentire pronunciare la parola impresa, ed è un passaggio veloce che in realtà riguarda la formazione professionale. La figura mitologica dell’imprenditore veneto che ha costruito il nordest e ne ha fatto un modello globale è archiviata, il nuovo eroe è il volontario. L’individualismo proprietario – ossatura ideologica del pensiero leghista – è tramontato: non ce n’è per tutti, soprattutto non ce n’è per la generazione che viene, la festa è finita. Ben più che agli imprenditori e alle imprese il candidato dedica parole accorate agli animali domestici e d’affezione che dovrebbero poter far visita agli anziani nelle case di riposo.
Se il leghismo è stato “l’ideologia della vita quotidiana che permea il senso comune” degli abitanti come scrisse Ilvio Diamanti, occorre prendere nota del terremoto avvenuto in questi anni che Stefani ha registrato e, contestualmente, contribuisce a plasmare: viviamo in una società ripiegata su sé stessa occupata a leccarsi le ferite. Fatto salvo un veloce passaggio dedicato all’holding autostrade del nordest scompare la tradizionale richiesta di infrastrutture, quella che veniva chiamata modernizzazione non è più di moda. Ci rinserriamo dentro le case a curare gli anziani – citati svariate volte, archetipo della tradizione e della cura – non dobbiamo più far girare le merci per il mondo. I flussi della globalizzazione s’infrangono nelle guerre e nei sovranismi, è il tempo del locale e della comunità, per nulla operosa per altro.
Ascoltandolo nella mente scorrono le immagini dei tre disgraziati barricati nel loro casolare nella campagne veronesi: vecchi, rabbiosi e spaventati, rinserrati ed armati tra le loro quattro mura ed incapaci di gestire le intemperie che si abbattono su di loro. Non manca un accenno all’ambiente in chiave di destra: “l’ambiente è identità […] riconoscimento di un determinata comunità in un determinato territorio, chi è identitario non può non difendere l’ambiente”. Pare di sentirlo il commento di Carlobianchi (nel film Città di Pianura): “te si rivà tardi”.
Nei minuti che avanzano si fa spazio l’orgoglio dell’identità e il richiamo alla mitologica comunità dentro la quale dovremmo ritrovare il calore e il senso tra il passato mitico e un futuro a cui si guarda da “visionari”. Ma alla cavalcata finale – modesta per altro – che dovrebbe offrire il riscatto, Stefani arriva con le ali trafitte dal piombo della lunga evocazione dei mali del mondo. Applausi comunque e sventolio di bandiere.
Vez news 17 ottobre 2025