Dal giorno del rogito, il 12 luglio, è un susseguirsi di attività attorno alla Torre di Gova che ora appartiene agli Usi Civici del paese della valle del Dolo. Siamo nell’appennino reggiano, la valle più su arriva al passo Radici per affacciarsi in Garfagnana. “Non potevamo mica stare ad aspettare che la Torre venisse giù” spiega Corrado Parodi, presidente del Comitato di amministrazione degli Usi Civici. Gova è un paese di una settantina di residenti sparse nella varie borgate, mentre “eravamo trecento una trentina di anni fa” racconta Parodi.
Gli Usi Civici di Gova c’erano già nel 1315, rivelano gli archivi, è sono operanti – e riconosciuti dall’amministrazione comunale – grazie al comitato di amministrazione eletto dagli abitanti ogni cinque anni. Ora che la Torre appartiene alla comunità il sabato è dedicato a sfalciare l’erba e i rovi che assediavano le mura, sistemare il sentiero, organizzare camminate, posizionare panchine.
“La Torre di Gova è parte di un castello dei feudatari del luogo, i Dalli, di cui permangono ancora i resti di una cinta muraria. I primi documenti che lo citano sono del quattrocento, ma è certamente più antico” spiega Nicola Cassone, archeologo dei paesaggi, residente in valle. “Non è stato un percorso facile – racconta Auro Bonicelli che assieme a Cassone per primo ha acceso la miccia dell’idea –, la Torre era in stato di abbandono da decenni e non si riusciva a risalire ai proprietari, ma dai e dai abbiamo trovato la strada: l’usucapione.
Gli Usi Civici hanno acquistato il terreno attorno alla Torre da un proprietario disponibile che in passato, e per decenni, la utilizzava come ricovero attrezzi e poteva così rivendicare l’usucapione. Ora che la proprietà è degli Usi Civici si potrà accedere a dei finanziamenti pubblici per la sua messa in sicurezza e poi per il suo restauro”. “Lavoriamo in stretto contatto con l’amministrazione comunale che riconosce la nostra autonomia, in questa operazione la collaborazione con il comune è stata essenziale” sottolinea il presidente Parodi.
La Torre è un mozzicone, ma è ancora salda e ben visibile sul promontorio sopra il paese, ci arrivi in dieci minuti a piedi partendo dalla bella chiesa romanica di Gova, il sentiero è in salita, ma ora è pulito e ben segnalato. Da qui, ammirando il bosco di castagni che ci circonda e le montagne attorno fin verso la Toscana, si comprende il senso profondo del progetto: riaccendere il genius loci di un luogo che negli ultimi decenni ha conosciuto spopolamento e senso di abbandono, “è parte della nostra storia” sottolinea Bonicelli.
Il progetto ha attivato risorse di competenze e di relazioni insperate: il comitato di esperti che si è formato si è posto l’obiettivo immediato di trovare 50mila euro per la messa in sicurezza perché non vi siano altri crolli, ma il traguardo è quello di aggiungerci uno zero per ristrutturare e mettere in servizio la Torre. Nel frattempo, senza attendere i finanziamenti, i lavori, come le idee, fervono.
Gova così come la sua Torre, è attraversata dal Cammino di Matilde di Canossa che con i suoi 285 chilometri, undici tappe, collega Mantova a Lucca. La Torre, tra le altre cose, si candida a divenire ostello dei camminatori. Ma il progetto è più ampio. “Attorno alla Torre – spiega Cassone – vorremmo ricostruire il paesaggio agrario medioevale con orti, vigneti, varietà autoctone di grani e rinverdire la tradizione delle erbe officinali per cui Gova, fin dal cinquecento, era un punto di riferimento”. E tra i promotori del progetto troviamo la Cooperativa di comunità la Officina del vicino paese di Costabona che coltiva e commercializza farina e grani antichi. “Parliamo di un processo di valorizzazione condivisa che vuole ridare valore ad un territorio depauperato” sottolinea Cassone. I pascoli qui sono parte del comprensorio del parmigiano reggiano, un marchio forte, grazie al quale resistono alcune stalle, le più grandi. Ma comunque il bosco, qui come altrove, la sta facendo da padrone invadendo i pascoli.
Il destino della Torre è un’astuzia della storia: un’istituzione medievale come gli Usi Civici, nata per garantire la sopravvivenza della povera gente, oggi occupa il luogo simbolo del potere feudale, magari fissando la propria sede – come suggerisce Cassone – proprio nella grande sala dove fino al seicento aveva sede il Pretorio della contea che amministrava il potere feudale.
Ma questa vicenda parla al futuro: gli Usi Civici di Gova oggi non amministrano più direttamente boschi e terreni – come ancora fanno altri Usi Civici di paesi della montagna -, ma li danno in gestione a delle ditte e con il ricavato promuovono “piccoli” interventi diffusi di cura del territorio come il restauro della storica fontana del paese, la sistemazione e illuminazione di un’area dove ora promuovono mercatini e concerti. “Siamo cambiati perché rispondiamo a bisogni diversi da un tempo” racconta il presidente Corrado Parodi che pur di continuare a vivere qui si sciroppa più di tre ore di auto al giorno. Lo stesso Daniele Tavars e Alberto Schiavo tra i cinque componenti del comitato degli Usi Civici assieme a Marino Parodi e Doriano Manini. Gli amministratori degli Usi Civici hanno un’età per cui ricordano il tramonto della società contadina – “a Gova c’erano tre osterie, un mercato del bestiame, ogni famiglia aveva qualche mucca” raccontano – poi la crisi e l’esodo soprattutto verso il nascente distretto della ceramica di Sassuolo giù in pianura. Ma la mossa della Torre sembra costringere a pensare al futuro, apre scenari e mobilita energie.
Altreconomia 3 settembre 2025