saverioNon si può dire sia stato un fulmine a ciel sereno al Lido l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, ieri, di Saverio De Martino. Sia perché la sentenza di condanna a 8 anni da parte del tribunale di Catanzaro è stata pronunciata una settimana fa. E sia perché De Martino senior un arresto l’aveva già subìto nel quadro della stessa inchiesta contro le cosche ’ndranghetiste di Lamezia Terme nel 2014, per essere poi quasi immediatamente scarcerato.

E soprattutto perché sui De Martino, dopo gli anni dei successi, grava ormai la nomea degli imprenditori legati alla ’ndrangheta e che qualcosa gli dovesse succedere, anche dopo l’interdittiva antimafia subìta nel dicembre del 2016 da una società del figlio Antonio, aleggiava nell’aria.

Riservato, non abituato alle frequentazioni sociali e politiche in cui si era gettato, con qualche successo, il figlio, il padre Saverio aveva guidato, agli inizi degli anni ’90, la famiglia nello sbarco al nord. In condizioni non facili visto il terribile incidente di cui si era reso protagonista il figlio minorenne Antonio – protagonista dell’uccisione accidentale di un coetaneo, Giuseppe Giampà, figlio di una famiglia potente nell’arcipelago ’ndranghetista lamentino – e visto un grave attentato subìto. Per quell’attentato Antonio ha sempre parlato di suo padre come vittima della ’ndrangheta. Fatto sta che Saverio guidò in queste tempeste la navicella della famiglia De Martino verso il Lido dove sbarcò come dipendente di una ditta edile. Secondo molti all’estrosità e alla propensione per le relazioni sociali del figlio, Saverio accompagna visione strategica e capacità riflessiva. Insomma sarebbe lui la vera guida imprenditoriale. E poi è lui che mantiene le relazioni con la terra natia. Relazioni fondamentali. Soprattutto con Vincenzo Iannazzo, capo della cosca omonima. Cosca vincente dopo la terribile faida che agli inizia degli anni duemila ha insanguinato Lamezia Terme.

La ’ndrangheta lamentina, secondo gli osservatori, è una mafia in evoluzione, capace di dialogare autorevolmente con il mondo imprenditoriale a differenza della ’ndrangheta reggina più arretrata e tradizionale. Il legame con Iannazzo viene alla luce dalle carte dell’inchiesta Andromeda, un rapporto stretto, confidenziale. Parlando di De Martino senior il collaboratore di giustizia Angelo Torcasio, racconta: «… No, lui quando parlava era lo stesso che parlava Iannazzo. Perché le iniziative che lui aveva lì, i lavori che lui faceva, lui diceva a tutti… tutto ciò che faceva: “Io lo faccio insieme al cugino mio” perché loro erano pure nella parentela, lo chiamava cugino, “cugì”, gli faceva, mai lo chiamava dí nome Saverio De Martino a Vincenzo Iannazzo…».

Un legame strettissimo che lo porta a ospitare il boss per un lungo periodo al Lido in un momento in cui Vincenzo Iannazzo aveva avuto dei dissapori con altri membri della cosca. Dissapori che l’avevano convinto a cambiare aria.

L’imputazione originaria per Saverio De Martino era di appartenenza alla cosca ’ndranghetista mentre ora è stato condannato per “concorso esterno”. Sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza, ma è indubbio che il ruolo sempre più decisivo per le strategie mafiose degli imprenditori come De Martino, in grado di interloquire con il mondo esterno alle mafie. Della possibile appartenenza dell’imprenditore di origine lamentine alla ’ndrangheta a Venezia si vocifera da anni e la famiglia è sotto i riflettori delle forze dell’ordine da tempo. Una gestione disinvolta delle notizie, eravamo nel 2010, da parte della procura di Venezia fece naufragare sul nascere un’inchiesta che li riguardava. Ora la prima condanna da parte del tribunale di Catanzaro.

 

La Nuova Venezia 23 febbraio 2017